In questa fase di set-up della casa nuova mi mancava un pezzo, la lavatrice: acquistata, consegnata, e istallata con la supervisione della stessa santa anima che l’altro ieri mi ha detto “Uscito dall’IKEA prendi a destra e vai fino in fondo, tagli tutto il traffico” e mi ha fatto rimanere bloccato in un ingorgo epocale fino a notte fonda. Questo fatto doveva quantomeno insospettirmi.

Prendo i mortali resti del mio abbigliamento di una settimana, lo rendo un bolo digeribile dal cestello, recupero il detersivo, apro il portello della lavatrice e scopro che il tecnico ha avuto la brillante idea di testarla con all’interno il libretto di istruzioni, adesso ridotto a brodo primordiale. Penso alla santa anima di cui sopra, e a cui avevo chiesto attenzione e cura e mi annoto di pigliarlo a calci nel culo.

Mi ergo dinnanzi alla lavatrice come l’uomo agli albori della conoscenza e inizio il mio percorso che dall’alba della ragione dovrebbe portarmi ad un bucato perfetto (e asciugato). Il primo approccio è nel fideismo più totale e totemico: mi inginocchio dinnanzi all’oblò e, salmodiando un mantra bestemmiativo, cerco il segno di una presenza sovrannaturale che ascolti le mie preghiere “lava-mi-le-mutan-de-e-ipeda-lini”. Nulla.

La scuola Socratica, la Dialettica: “se la lavatrice è costruita per lavare, questa è una lavatrice e quindi mi lava il bucato”. Sillogismo CCC-NF (cazzo, cazzo, cazzo, non funziona). Arrivo al “Primo cestello movente immobile” con riferimenti dottissimi ad Aristotele ma non succede nulla.

L’empirismo e la scuola sullo sperimentalismo sono disastrosi: faccio cadere il detersivo e un pedalino dall’alto dimostrando la costante della sfiga imperitura ma la troia (la lavatrice) non da segni di vita fino a quando non rilava per 3 volte consecutive lo stesso bucato sul programma “breve”. Dal “nulla” al “troppo” e con una incostanza sui risultati che alle 00:35, mentre stavo mandando email velenose in giro per i continenti, ho estratto un “bucato monsonico“, bagnato come il fegato di un alcolizzato.

Salto gli ultimi sistemi sull’essere e la conoscenza, lasciando sia Kant che Hegel nel fustino del detersivo e mi avvio verso i Principia Bucati, cercando un cazzo di manuale d’istruzioni on-line e sperando in un teorema di logica che mi dia la funzione della “camicia pulita” entro la mattina che si sta approssimando. Imposto programma, ritardo, centrifuga, pi-greco-sesti, il teorema del detersivo-ponens e clikko sullo start per l’ultima, disperata e scazzata volta. Ormai siamo nella notte fonda.

Stamani ho messo un parallelepipedo di roba bagnaticcia in un sacchetto, direzione Milano e vai alla via così. Dal prossimo giro la parola chiave é “outsourcing del bucato“.

Foto di oggi? Finito il bucato ormai era ora di chiamare Sydney e discutere su Papua, quindi alla fine ho raccattato Beria (praticamente centrifugata) e ho fatto la call dal Porto Antico dove la tecnologia meccanica incombeva su di me. Domani me ne volo a London: che novità, direte voi, … beh, surprise, ci vado in ferie!

gru


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

15 Comment on “Il bucato e la fenomenologia dello spirito

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