Sono a Wakkanai, nell’isola di Hokkaido: da Soya Misaki, il punto più a Nord del Giappone a solo 20 minuti di macchina dal mio ostello, posso vedere l’Isola di Sakhalin, territorio Russo in questa porzione di Oceano Pacifico frustata dai venti e dal gelo durante i freddi inverni.

Wakkanai è un posto di frontiera, nel senso più classico ed estremo: alla sua vocazione economica strettamente basata sulla pesca, si era aggiunta fino a qualche anno fa una interessante e promettente industria turistica che, ovvio, è stata spazzata via dal Covid, e tuttora (visto anche le continue ondate di infezione che si susseguono), stenta a ripartire. Vedere uno straniero, vederlo grosso e pelato, vederlo con una macchina fotografica che gli ciondola dal collo, è uno spettacolo raro.

L’inglese qui è meno parlato del Russo: anche i cartelli stradali sono bilingue, a testimonianza di un fitto scambio commerciale e culturale che accomuna i due estremi surgelati dei rispettivi territori. L’unica cosa che sono riusciti a dirmi è stato “cash” quando ho estratto la mia carta di credito per saldare le gozzoviglie di sashimi e il paio di birrette che mi sono concesso prima che il sole calasse a ricordarmi che sono abbastanza a nord, e che la luce qui è un bene scarso.

Pochi problemi con la guida dell’auto, a parte il far partire i tergicristalli ogni volta che devo mettere la freccia: come potete ben immaginare il traffico non è particolarmente intenso, anzi, stento a definire “traffico” l’incontro con altri 10 vetture nei 40 chilometri che ho guidato sinora da queste parti.

Gli affittacamere dove ho trovato un tatami sono di una gentilezza squisita, e riescono a farmi apprezzare le regole di casa, compresa la tabella di prenotazione del bagno, dove il tempo limite sono 30 minuti: alla mia risposta che mi faccio una doccia in meno di 5, sono scoppiati in un fragoroso ma rispettoso applauso.

L’incontro con i daini Ezo, che qui vivono liberi e per nulla disturbati dalla presenza umana, è un’emozione. Mi hanno suggerito di approcciarsi con i biscotti di patate tipici di questa città, ma ho voltato il muso del mio cavallo meccanico verso un abbondante sashimi, in un posto che mi hanno raccomandato, consultandomi via WhatsApp col buon Ryu per ordinare un granchio divino.

Domani riparto, ovvio verso sud, che a nord si può solo andarci a nuoto.

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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