Otaru mi ha trattato bene.

La stanza che ho trovato per la notte era uno splendido spazio tradizionale con le classiche finestre in carta, un tatami, affacciato su un meraviglioso giardino giapponese: silenzioso, tranquillo ed estremamente confortevole. Mi sto abituando a dormire per terra, non ancora del tutto ad alzarmi facilmente la mattina, e mi muovo per alcuni minuti come un tricheco sulla pancia (ma lasciamo perdere, per un minimo di dignità).

La curiosità poi mi ha portato alla vera sorpresa. Camminando per le stradine senza l’ombra di nessuno in giro, lasciandomi alle spalle il mare e il mercato del pesce, ho cominciato a muovermi a casaccio. Non riesco a capire se è la stagione sbagliata, o la mancanza di turismo in seguito al periodo Covid, ma la città era un deserto totale, e nessun segno di un luogo dove mangiare un boccone: i posti su google map sono tutti chiusi da lungo tempo.

Finalmente alla mia sinistra, appena percettibile, c’era una bandiera, e una luce. Una minuscola porta dava accesso a uno spazio che poteva essere di 12 mq, e lì uno chef di sushi. Sul consueto tavolo dove possono accomodarsi gli ospiti di fronte alla sua preparazione, erano seduti due ospiti, sui 6 posti a disposizione. Piccolo ma ordinato, pulito, elegante.

Ho sorriso e il mi sono inchinato. Una pronunciato una parola, “Omakase”, e sono entrato in una nuova dimensione.

Lo chef si è limitato a chiedermi cosa volessi bere, portando la mano alla bocca: “sake” la mia risposta, “sake freddo”, seguita da un suo “Hoy” e dal grido rivolto alla moglie, che poco dopo è uscita con un tazza del mio veleno per la serata: per fortuna non la cicuta che hanno offerto al buon Socrate.

Omakase, un termine originario del Giappone, si traduce in “Lascerò decidere a te”. Nel mondo culinario, omakase è sinonimo di un’esperienza unica in cui lo chef determina i piatti, invece di essere il commensale a sceglierli. Molto spesso associato al sushi, un pasto omakase è un’esibizione dell’esperienza, della creatività e degli ingredienti più freschi del giorno dello chef: è la sua firma sulla galleria delle sue opere.

Il fascino di omakase è multidimensionale. Non si tratta solo di assaporare piatti realizzati con meticolosità; si tratta di fiducia e sorpresa. I commensali affidano allo chef il proprio palato, permettendo un viaggio culinario personalizzato. Ogni portata rivela una nuova sorpresa, spesso introducendo i commensali a sapori o combinazioni che forse non avrebbero mai scelto.

Per lo chef, l’omakase è una tela espressiva. Dà loro la libertà di mostrare ingredienti di stagione, sperimentare abbinamenti ed evidenziare la loro maestria. Il pasto è tipicamente armonioso, con ogni piatto che apre la strada a quello successivo in termini di sapore e consistenza.

Omakase è molto più che semplicemente cenare; è una conversazione intima tra lo chef e il commensale, una danza di fiducia e scoperta. È un’esperienza che celebra l’arte dell’artigianato culinario e la gioia dell’inaspettato.

Lo chef ha iniziato a mostrare la sua esperienza e arte, proponendo uno dopo l’altro un’incredibile varietà di sushi. La prima tazza di sakè terminata ha reso molto più la mia espressione di gioia e apprezzamento. L’aver trasformato una cena solitaria in una sorta di evento era palpabile, e gli altri due ragazzi hanno cominciato a considerarmi “uno di loro”, un onore difficile da raggiungere qui in Giappone. Sfruttando il traduttore di Google ci siamo lanciati in una sorta di conversazione-batch, supportata dall’intelligenza artificiale, che spesso lasciava il passo ai fumi dell’alcol.

Dopo altre 4 tazze di sakè condivise, eravamo come amici fraterni (e loro, devo dire, molto più ubriachi di me): la curiosità su come avrei potuto trovare un posto simile li stava ancora scioccando, anche dopo che gli avevo spiegato la causalità totale.

Alla fine ho deciso che il mio limite era vicino, e cerimoniosamente ci siamo salutati, ovvio con una serie di selfie, ritraendoci come se fossimo arrivati ad una Tappa del Giro d’Italia.. Ho pagato il conto (molto ragionevole, data la straordinaria qualità e il volume delle bevande), e fuori avevo lo chef che mi aspettava.

Un sorriso, un inchino, un nuovo amico al mondo da contare sulla mia lista.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

6 Comment on “Una sera a Otaru

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