Domenica mattina. I teli dell’UNHCR, l’United Nations High Commissioner for Refugees, con il simbolo delle mani a protezione quasi si trattasse di una casa, sono sfumati nella densa nebbia che mi avvolge, ogni volta che la pioggia da tregua per qualche minuto. Quel simbolo mi dice che sono molto lontano da casa e mi trovo in un paese che ha sofferto.

L’UNHCR nasce nel 1950, con un mandato triennale di supportare i profughi della II Guerra Mondiale, mandato poi esteso fino ad affrontare la prima crisi umanitaria nel 1956 con l’invasione sovietica dell’Ungheria. La decolonizzazione dell’Africa e i conflitti in Indocina hanno mantenuto costante la richiesta di aiuto, e le guerre di questo secolo ne sono una continua causa, espandendo anche il mandato dell’UNHCR a chi ha bisogno di aiuto e supporto anche nel proprio paese, a causa di emergenze sanitarie, catastrofi o governi inadeguati.

The budget has grown from US$300,000 in its first year to more than US$3.59 billion in 2012. There are more than 43 million uprooted people worldwide. UNHCR now deals with 33.9 million people of concern to UNHCR: 14.7 million internally displaced people, 10.5 million refugees, 3.1 million returnees, 3.5 million stateless people, more than 837,000 asylum seekers and more than 1.3 other persons of concern. An organization with a three-year mandate to solve the problem of refugees celebrated its 60th anniversary on 14 December 2010, aware that the humanitarian needs are unlikely to disappear.” [UNHCR]

Sveglio dalle 5, e accompagnato prima dalle voci ritmate della preghiera al Buddha, poi da un’interminabile fila silenziosa di monaci. Sotto una pioggia impossibile, e avvolti nelle loro tuniche porpora con la giara in mano, chinano il capo quando ricevono un cucchiaio di riso dalla gente. Alcuni sono bambini. Tutti con una dignità e una serenità impressionante. Il silenzio viene solo rotto dal suono di una piastra d’ottone che segnala il loro apparire e il loro sparire ancora nella nebbia della strada.

Aspetto il truck che mi deve riportare a valle: Tremal-Naik ha ciccato in pieno il primo mezzo delle 6, già pieno da chi aveva contattato il capo-carro durante la notte. Ho indossato nuovamente la roba fradicia di ieri che mi ha accompagnato durante la salita e la visita alla Golden Rock Pagoda, non ha senso infradiciarne di nuova.

Passano due mezzi strapieni di gente, tutti avvolti nei loro impermeabili improvvisati: in fondo al pianale ci sono, per ogni camion, due ragazzi che si reggono in piedi su barre di ferro saldate al telaio. Hanno in mano dei cunei di legno da usare come freni nel caso si spegnesse il motore e il mezzo rischiasse di muoversi: i freni non basterebbero nemmeno per un metro, vista l’inclinazione della strada. Dire che questo mi rassicura sarebbe come sostenere che si può far dieta vegetariana in una macelleria.

Ho le dita delle mani con tutte le pieghe come quando, da bambini, rimanevamo troppo nella vasca da bagno. Piove ovunque e ho messo la macchina fotografica dentro 2 sacchetti di plastica: scattare qualcosa è complesso, ho però la “piccola” D-Lux e mescolo quello che vedo con il mio “ristorante” di ieri sera, dove ho cenato con Tremal-Naik …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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