Stamane ho visto un tipo a torso nudo: se ne stava in piscina insieme alla sua compagna. Al collo un rosario che scendeva fino a congiungersi in una croce di legno. Sulla schiena il tatuaggio di un albero di cedro con ai lati delle ali di falcone e in basso una croce: il simbolo che una volta identificava i miliziani della Maronite Syriac Church of Antioch (in arabo الكنيسة الأنطاكية السريانية المارونية‎ al-kanīsa al-antākīyya al-seryānīyya al-mārwnīyya), quelli che nei nostri tg vengono definiti i Cristiani Maroniti e ne abbiamo sempre sentito parlare durante la guerra civile in Libano.

Adesso evitate di scrivermi chiedendomi che posti o che gente io frequenti: sapete benissimo tutti che col mio lavoro gli incontri “inconsueti” sono abbastanza normali (e vi rammento che solo 4 mesi fa’ a Tripoli mi hanno puntato in faccia un kalashnikov).

Il Libano è stato teatro, dal 1975 al 1990 di una guerra civile di cui non si riesce manco a contare i morti: stime parlano di 350mila vittime, un milione di feriti (su una popolazione di 4 milioni) e di 350mila persone “disperse” (dove la traduzione di “disperso” è molto simile alle sparizioni delle dittature sudamericane.

Nel Dicembre del 2004 ho incontrato e passato quasi un’ora con Rafic Hariri. Personaggio pur controverso, era riuscito a guidare il Libano fuori della guerra civile e a ricostruire Beirut, devastata da combattimenti con armi pesanti, e da un largo uso degli esplosivi per dirimere le discussioni politiche (e tutti i gruppi ci son andati pesanti, più grosso il botto, più grosso il prestigio fino a quando non hanno tirato giù interi quartieri). Ad Hariri si potevano contestare molte cose ma non una dote naturale alla comunicazione: l’ho seguito bene in inglese ma quando si è rivolto in arabo al mio collega (palestinese-libanese lui) ho visto le capacità di un leader in cui la gente credeva veramente.

Poche settimane dopo, il giorno di San Valentino dell’anno successivo, 14 Febbraio 2005, mentre stava passando dinnanzi all’hotel St. George di Beirut, 1,000 kg di tritolo hanno polverizzato lui e la sua scorta. Investigazioni indipendenti hanno identificato la Syria e Hamas come mandanti ed esecutori. Lo sdegno seguito all’attentato ha dato luogo a dei radicali cambiamenti politici in Libano, incluso il ritiro delle truppe di occupazione siriane.

L’immagine sotto mi sembra appropriata se leggete il testo su cosa sia proibito portare a bordo. No, non vi dico in che aeroporto sia, ma metto in palio una pinta di Leffe Blonde per chi indovina!

20110422-205938.jpg


Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “Un tatuaggio che mi racconta una lunga storia

Leave a Reply

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading