Tea boy e dissuasori di cemento armato

Altra lunga giornata in Saudi, caratterizzata da una fantastica ospitalità nell’ufficio della azienda dove sono a lavorare tutta la settimana. L’ambiente è un contesto “saudita occidentalizzato” dove, accanto ad un modo di pensare dinamico, ad una buona capacità nell’information technology, un arredo/layout che sembra di essere quasi in un ufficio del nord europa, esiste comunque un’attenzione alla relazione e al dettaglio tipico della (buona) cultura locale.

A me piace il tea, da anni lo preferisco al caffè: è abbastanza facile avere un tea decente anche se si ricorre alla bustina più standard (e qui Unilever ha inondato il mercato mondiale col suo brand), mentre è attrettanto facile avere un caffè simile alla cicuta che si fece portare Socrate.

Famosa una mia dichiarazione quando lavoravo ad Helsinky nel 1999: ho chiesto 1 minuto di silenzio per celebrare il più schifoso, perverso, acido e discustoso intruglio che l’apprendista stregone avesse potuto preparare, avendo poi l’ardire di chiamarlo “caffè”. I finlandesi, si sà, hanno lo stesso senso dell’umorismo delle renne e fui spedito alla Nokia a contare gli “0” presenti sulle tastiere dei telefoni prodotti: attività ad alto contenuto di know-how e valore aggiunto che mi ha spinto alla carriera attuale dove i casini sono il mio vivere quotidiano.

Sono un divagatore, lo so (mi piace e me ne fotto se avete qualche critica): torniamo alla mia giornata di oggi. Una delle fantastiche cortesie è stata quella di offrirmi tea in continuazione. Light, strong, green, strong, light, green, green, light, arabic coffee (è un infuso, non fatevi tradire dal nome), light, strong, strong: il tutto servito in deliziosi bicchierini di vetro. Quando non vi ustionate più i polpastrelli potere berlo.

Ho cominciato alle 9 spaccate, dopo un breakfast salato con 4 o 5 bicchieri di succo di arancia e pompelmo, (notate l’apporto liquido): con la serie di tea di cui sopra, alle 14 la vesciha ha raggiunto le 18 atmosfere e rischiavo l’incontinenza, complice anche la temperatura della sala riunioni mantenuta rigidamente in una condizione di cella criogenica. Quando ho chiesto “ma qui che fate, ci conservate i cadaveri o operate le emorroidi” nessuno ha colto il sarcasmo. Comunque sto facendo un training autogeno e mi convinco che il tea sia più buono, sano e desiderabile di una pinta di buona birra: il training riesce talmente bene che mi do’ del pirla ogni volta che ci penso e sogno una ImpeAle “Ego” delle Tenute Collesi.

Il percorso di andata e ritorno albergo/ufficio/albergo mi fa riflettere sul concetto di “rush hour” (traffico) che hanno qui a Riyadh: la mattina c’è traffico dalle 6:30 alle 10:00 (per raggiungere l’ufficio), poi dalle 10:00 alle 12:30 per consegne e commissioni, dalle 12:30 alle 15:30 per la pausa del pranzo, dalle 15:30 alle 16:00 per un primo reintro verso casa, dalle 16 alle 19 per il “vero rientro” e, infine, dalle 19 alle 23 per il normale traffico serale. Una pacchia che fa sembrare le tangenziali di milano il venerdì sera sotto la pioggia l’equivalente di un paesino svizzero del Canton Emmenthal.

Lo stile di guida nazionale è ispirato alla creatività mista all’insofferenza per rigidi schemi. Stasera un tipo ha infilato la sua auto a cuneo tagliando 5 corsie verso sinistra per poi montare sul marciapiedi, rientrare sulla corsia di marcia ad angolo retto, fermandosi in mezzo all’incrocio e, ignorando completamente il semaforo rosso (“comunista fazioso” direbbe il nostro Presidente Del Consiglio, se fosse stato alla guida dell’auto e avesse compito le stesse evoluzioni, ma con tre tipe, Fede e Mora in auto), è partito sgommando appena c’è stato un minimo varco netr traffico che ci incrociava. Circo Barnum.

Altrettanto divertente è raggiungere l’albergo. Ieri riflettevo con l’amico Rudi che ormai il contesto ci è familiare, ma quantomeno risulta inquietante. I dissuasori anti-car-bomb sono piazzati ad un primo livello a circa 30-40 metri dall’accesso. Sono blocchi di cemento armato alti poco oltre il metro e dovrebbero riuscire a fermare un’auto in velocità.

La strada di accesso ha un posto di controllo dove gli addetti alla sicurezza verificano pigramente che tu non abbia un bel bagagliaio farcito di c4 e bombole del gas e passano uno “sniffer” (rilevatore di esplosivi) intorno all’auto. Qui poi incontri la seconda linea di dissuasori in cemento armato che ti fanno fare uno slalom con le valigie (non è possibile avvicinarsi maggiornemnte con un’auto). All’ingresso passi il bagaglio nello scanner e tu attarverso un rilevatore: un altro addetto poi esegue una perquisizione con rilevatore portatile.

Dunque, non ci facciamo impressionare (anche perchè il Marriott di Islamabad aveva le stesse strutture difensive e stanno ancora raccogliendo i pezzi adesso) ma sicuramente, rispetto alla porta girevole della pensione di Rimini, qui ti senti molto meno rilassato. E leggete “meno rilassato” nel senso di stipsi, perchè a scrivere “ti si strizza il culo” son buoni tutti.

Oggi vi lascio con due immagini: la prima l’ho scattata un paio d’ore fa’ per strada mentre stavo rientrando in albergo. La seconda è la Camillona (o meglio, l’azzurro dei suoi occhi), sdraiata su una spiaggia a Langkawi, nel nord della Malaysia, nell’agosto dell’anno scorso.

Oggi è il suo compleanno. Un bacio. Ancora & sempre.

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