Un’altra bella notte passata in volo tra London e Dubai, dove sono atterrato, fresco come un bue muschiato nel delta del Mekong, La temperatura nell’emirato ha già serenamente superato i 42 gradi ,e il mio tentativo di far funzionare il condizionatore dell’ennesima macchina-ciofeca che mi hanno dato a noleggio è destinato a fallire peggio dell’abiura di Galileo al Sant’Uffizio (era lí o all’inquisizione? Poi gli dò un’occhiata su wiki).

Durante l’ultimo paio d’ore di volo ho tentato di fare due conti di quanto son stato in aria e mi è venuto fuori un dato molto vicino alle 15mila ore negli ultimi 35 anni. Roba che fa riflettere e porta alla decisione di cambiar vita, passando a nicchie di mercato quale la produzione e vendita di scovolini anali per capre di montagna o i bavaglini per colibrí addestrati.

Mi dice la fida wiki che “Il volo è il processo tale per cui un animale o un oggetto si sposta nell’aria attraverso l’uso di una forza verso l’alto detta portanza“, e aggiunge una altra serie di interessanti informazioni quali che l’uccello con la più grande ampiezza alare è l’albatros o che l’unico mammifero in grado di liberarsi nell’aria sia il pippistrello.

Adesso che ci siamo fatti questo aperitivino di cultura generale, lasciatemi dissertare che il mammifero più buffo che sia in grado di volare (con abbondanza di ausili tecnici), è sicuramente l’uomo. Non mi riferisco a quel signore vestito di rosso con la barba bianca che si muove su una slitta trainata da renne. Mi riferisco al passeggero a bordo di un velivolo commerciale.

Abbiamo una tale varietà comportamentale mentre siamo a bordo di un aereo che varrebbe la pena di usare la Treccani per descriveci (si, mi ci metto anche io con le mie abitudini e manie): vediamo se riesco, nel limite del migliaio di parole di questo post a offrirvi qualche stereotipo.

L’abbuffino (nome scientifico accaparratoris cibus et schifezas omnia): l’individuo in questione ritiene che il volo sia principalmente il miglior modo per alimentarsi e idratarsi dopo un digiuno alla Pannella. Lo si nota in eccitazione mistica quando il carrello delle vivande fa la sua comparsa nel corridoio.

Emette ululati al lancio nel pacchetto di noccioline con l’aperitivo, dove ordina normalmente 4 differenti bevande che assorbe per osmosi ottica. Si lancia poi sul vassoio come se fosse l’ultima cena: sceglie sulle tratte intercontinentali l’intero menù e non i singoli piatti.

Inanella una alternanza di champagne/bianco/rosso/liquore che lo porta vicino al coma etilico, dal quale si risveglia solo quando sente la campanella del nuovo servizio. La sua aspettativa di vita è la stessa di un cobra dentro un allevamento di manguste: i suoi esami del sangue vengono trattati come materia di studio a congressi di gastrointerologi.

L’affabulatore (nome scientifico rompicoglionis verbosus): soggetto che esprime una irrefrenabile esigenza comunicativa per tutta la durata del volo, affrontando le tematiche più disparate dal racconto della propria vita (e allora scrivi un blog, pirla) all’illustrarvi la sua dettagliata conoscenza, meglio onniscenza, su un argomento di cui voi ve ne battete allegramente le palle a due mani.

Quando, con un sorriso sulle labbra, vi infilate dei tappi nelle orecchie e con la stessa gestualità che usava Maiorca per segnala che si stava immergendo lo salutate, rivolge i suo strali dialettici nei confronti dell’equipaggio ma, non trovando particolare benevolenza, finisce per parla da solo tutta la notte. Vi attende, peggio di un vampiro, al risveglio per raccontarvi i dettagli di turbolenze passate.

Un paio di episodi qui meritano una citazione: ho sentito un’italiano in vena di complimenti su una tratta Milano-Chicago con AA, rivolgersi ad una hostess e, tentando di fare il cascamorto, cannare brutalmente il verbo della frase, sostituendolo con un’emulazione maccheronica. alla risposta della tipa “Are you an idiot?” gli ho dovuto spiegare che aveva detto “Sono violentato dalla tua bellezza” invece che “rapito”.

Il secondo è su un Riyadh-Karachi dove i passeggeri chiedevano in omaggio il kit per i bambini, per portarlo a casa come regalo ai propri figli e insistevano “Give me compliments”: la hostess qui rispondeva “sure, you have beautiful brown eyes”. Sullo stesso volo un tipo ha acceso un fornello a gas per farsi il tea, ma questa sarà un’altra storia.

La Vamp (nome scientifico a forza di tirartela la strappi): il corridoio dell’aereo è una passerella da sfilata e, quando riconoscete un catwalk con tacchi del 17, miese (si scriverà cosí?) come se si fosse fuori dal GQ di Mosca nelle serate “agssive”, occhiale da imbardata, siete dinnanzi a lei, la Vamp. L’abbigliamento, ovvio, è il carattere distintivo e il divertimento è quello di vederla barcollare verso l’uscita dopo 12 ore di volo con calzari sadomaso e gli alluci a zampogna che traboccano.

Tutto per lei deve essere simbolo di esclusività, dalla richiesta di centrifugato alla papaia nana, ginger, gambo di sedano della Gujana e trifoglio dell’Himalaya (“come, non lo servite? Eh che servizio scadente!“, al volere una specifica “coperta anallergica” (no, non ana-allergica nel senso allergica al culo, pirloni), ad un cuscino di “piume di collo di pulcino nano del Sudan”. Dimostra generica insofferenza a tutto e tutti, soprattutto per doversi abbassare a volare in First, mentre l’unico status che le si confá è quello del private aviation.

La mattina al breakfast chiede due fette di cetriolo da mettersi sulle palpebre. È più brandizzata della tuta dei piloti di formula uno e, normalmente, porta come bagalio a mano, con noncuranza, un bauletto di LV che vi chiedete se alla sicurezza fanno passare anche i containers da 70 metri cubi. Normalmente non brilla per simpatia e quando, sbagliando il tasto, si trova chiusa a libro nella poltrona, mi guardo bene dall’aiutarla e assisto al suo streching per arrivare fino al pulsante di chiamata dell’equipaggio.

Qui mi devo fermare perchè sto sforando il limite di lunghezza che mi sono imposto. Avrei almeno altri 4 personaggi da descrivervi: per questo dedicherò un seguito a questo post. Ovvio lasciarvi con un’immagine scattata dall’aereo: questa è di ieri sera, sopra la Francia.

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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