Sono su un volo pieno di connazionali che mi porta da Bruxelles a Milano. Le chiamate urlate a dieci sedili di distanza, unito ad un concetto di “bagaglio a mano” che non si vede dall’esodo degli induisti dal Pakistan e una inveterata abitudine alla generica lamentela mi conferma che si, siamo tutti italiani a bordo, cazzo.

Da molti anni non volo mai con Alitalia e le rarissime volte che sono obbligato dalla tratta (difficile giustificare un Milano-Bruxelles passando da Singapore) me ne pento amaramente.

Andiamo a ritroso su una giornata che mi ha brasato come uno stracotto di gabbiano con contorno di mattoni refrattari. Ho passato l’ultima ora ad interloquire con una pinta di Leffe, seduto in un bar dell’aeroporto di Bruxelles mentre insegnavo diritto asiatico a un collega di Chicago: “Manco per la frittura di capitelli corinzi ti approvo la firma creativa di un contratto in Viet-Nam” è stata l’espressione che mi garantirà l’ennesimo ricorso ad una sorta di commissione disciplinare che sanziona settimanalmente le mie intemperanze dialettiche in più lingue.

Alcuni minuti prima di comiciare la telefonata sul Viet-Nam avavo guardato negli occhi un uomo perplesso: avevo spalancato la porta di un cesso dove un tipo stava serenamente svolgendo le sue funzioni biologiche. “Mi scusi, continui pure con quello che sta facendo, buon uomo” gli ho detto, non portando però il conforto che speravo.

Il percorso tra l’albergo e l’aeroporto l’ho fatto in treno per gabbare un’ingorgo epocale sull’autostrada che provabilmente si fluidificherà solo a Natale. È sorprendente anche qui la logica che anima il rispetto per il passeggero: c’è un treno che va in aeroporto e ti aspetti che la gente si porti dietro un bagaglio e che fai? Ovvio, treno a due piani dove sei obbligato comunque a fare scale a chiocciola e non ci si passa di spalle. Si arriva nella stazione dell’aeroporto e ci son 3 gradini da fare che son peggio dello straching in palestra. Ho dovuto prendere in braccio due nonnetti che proprio non ce la facevano a scendere. Non voglo pensare a chi sia costretto su una carrozzella. Diciamocelo, gran pirla chi ha progettato sta minchiata.

Ho passato quasi dieci ore dentro una sala riunioni, con un’alternanza di argomenti intessanti e momenti abbastanza pallosi. Unica nota di costume è stata una delle bevande che facevano parte dei vari breaks: “Cannabis“. Vi ho messo sotto la foto per farvi vedere che una volta tanto non sto scherzando.

Una decina di colleghi se n’è impossessato, bevendosi le latte a larghe gollate: inutile dirvi che il meeting ha preso una piega diversa anche solo per un effetto placebo.

Continuando il rewind della giornata, la mattina mi son svegliato troppo presto: ogni tanto l’orologio biologico mi schioda e nel mezzo della notte mi pongo domande esistenziali.

Complice un a serie di sbalzi climatici nei giorni scorsi, mi sembra di avere le tonsille grosse comei testicoli di un toro e la gola passata con carta vetrata ruvida. Mi sa che riuscirò ad arrivare a Riyadh lunedí mattina che farò proprio schifo. L’ottimismo cresce come un investimento in Rubli durante la crisi che nel 2008 ha fatto chiudere la borsa di Mosca per 10 giorni a causa dell’eccesso di ribassi.

Chiudo qui, oggi non sono proprio in forma.

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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