Oggi ho conosciuto una persona interessante, Nazmul.

Nazmul è nato in Bangladesh una sessantina di anni fa e oggi si presenta ancora con una folta capigliatura e barba che gli imbiancano in viso con una carnagione già scura ma qui cotta dal sole della Penisola Arabica.

Parla correntemente 8 lingue: Bengali, Pashmini, Hurdu, Indi, Inglese, Russo, Arabo e Farsi. Passi per le lingue a ceppo indiano che possono comunque essere di facile apprendimento se si vive nel continente e ci si confronta con la quotidianità di un miliardo di persone, ma padroneggiare Farsi e Arabo, Russo e Inglese non è roba da poco e ve lo dice uno che ha grossa facilità nell’apprendere lingue straniere.

In inglese si esprime facendo emergere la cultura e gli studi e la professione passati: Nazmul è stato quello che noi definiremo un Docente di Lingue e Filologia all’università di Dhaka (Bangladesh) fino al 1982 poi, non riuscendo più a convivere con il susseguirsi di instabilità ha deciso di emigrare e, da quasi 30 anni, vive a Dubai.

Instabilità” quando si parla di Bangladesh merita una piccola passata storico-culturale.

Nel 1947 la regione del Bangala venne divisa secondo un principio religioso: la maggioranza induista dell’area occidentale rimase parte dell’india, mentre la parte orientale a prevalenza mussulmana venne annessa al Pakistan e chiamata East Pakistan. Come tutte le divisioni del cazzo (vedi Yalta), anche questa diede luogo a esodi biblici, scontri inter-religiosi e, semmai ce ne fosse stato bisogno, contribuì ad accendere le polveri dello storico conflitto nel subcontinente indiano che comunque dura ancora oggi. L’esodo epocale di mussulmani in un senso e induisti nell’altro causò una crisi umanitaria dagli effetti trentennali.

Il ventennio dal 1950 al 1970 fu caratterizzato da una escalation di casini per il Bangladesh:  l’arresto del presidente del partito di opposizione che aveva vinto le elezioni del 1970 e la sanguinosa repressione dei mesi successivi al marzo 1971 da parte del presidente pakistano Yaka Khan causò un numero di morti prossimo ai 3 milioni. La reazione fu la “guerra di liberazione del Bangladesh“, supportata dall’India, che, nel dicembre 1971 portò alla proclamazione dell’indipendenza dal Pakistan. Sheikh Muijib Rahaman fu il primo ministro eletto nella Repubblica Popolare del Bangladesh 

Le disgrazie per questa povera gente non finiscono qui: carestie nel 1972 e nel 1975 e l’assassinio di Muijib e di tutta la sua famiglia  sono i prodromi di un susseguirsi di colpi di stato militari continuati fino al 1990. Alterne vicende più o meno democratiche e governi più o meno corrotti stanno traghettando adesso il Bangladesh verso una relativa stabilità dopo oltre 60 anni di sofferenze.

Chiaro quindi perchè Nazmul ha deciso di abbandonare la sua docenza universitaria e di mettere il suo talento a disposizione di altre genti in altri luoghi. Oggi ha un lavoro diverso da quello per cui aveva studiato e si era impegnato.

Quando il tassametro si ferma sui 25 dihrams e 50 phils, gli offro tre banconote da 10 e gli dico “Keep the change and have a good cup of tea, brother“. Avere un docente universitario come tassista ti mette addosso la consapevole tristezza che una valanga di giovani hanno dovuto rinunciare al suo insegnamento per costruire cultura e libertà.

L’immagine di “oggi” l’ho scattata nel 2009: Deira, mercato del pesce. Un posto bellissimo dove girare, acquistare e parlare con chi fa la vita dell’emigrante.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

5 Comment on “Nazmul viene dal Bangladesh

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