Un’altra giornata in Arabia Saudita scorre senza lode, senza una buona birra delle Tenute Cllesi, senza infamia ma con una buona dose di salti termici 50°c>18°c che minano salute e buon umore.

Atterrato alle 3 di mattina, ho abbassato la testa appena uscito dall’aereo e a passo di carica mi sono avviato verso l’Immigration per tentare di battere tutti in velocità e farmi qualche ora di sonno prima di cominciare a lavorare: Matteo qualche settimana fa si era attardato per un paio di minuti e aveva fatto oltre 3 ore di fila.

Penso che la traduzione più corretta di “!!! البيسون” sia “Per il Profeta! Arriva un bisonte con un porta-abiti Tumi al collo“: comunque è stato quello che hanno urlato mentre placcavo il primo officer e gli mostravo l’angolo libero di pagina 32 nel mio passaporto dove timbrare la conferma che sono entrato in Arabia Saudita per lavoro e non per fare turismo sessuale nè per un’indagine sulle distillerie di whisky.

La mattina è poi cominciata alla grande con il portiere dell’albergo che, dopo che io avevo specificato “Normal pubblic taxi with meter” mi ha recapitato la solita macchina privata che mi chiedeva il doppio esatto del prezzo: sorry di annoviarvi sempre con argomenti di questo tipo, ma è la mia crociata quotidiana per la sopravvivenza. “I’m gonna make you get fired this time” è stata la mia semplice e conciliante reazione.

Ho passato qualche ora di riunione sotto il soffione dell’aria condizionata e sembravo un reduce dalla Siberia: devo ricordare di portarmi dietro piumino e scaldaorecchie. Nel tardo pomeriggio, con Matteo e Paolo (che stanno condividendo con me questa amena settimana a Riyadh), ricordandoci di aver saltato pranzo e merenda ci siamo avviati, in cerca di gratificazione, verso una steak-house che gli amici sauditi ci davano come “very close-by to the office“. Very close una beata minchia.

Comunque alla fine siamo arrivati nel ristorante, dove siamo stati gli unici clienti in un improvabile contesto western con un cameriere dallo Sri Lanka. Il semplice ordine per tre bistecche con contorno è stato, ovviamente, sbagliato.

Paolo si è anche lanciato in un creme-brulè, ignorando fosse stato fatto con latte di cammello: se l’è ruminato con soddisfazione, integrandosi perfettamente nella realtà locale.

Comunque ci siamo nutriti e poi, dato che l’ora della preghiera e l’obbligo qui è per tutti i ristoranti o negozi chiudere per i 15/20 minuti siamo dovuti uscire da una uscita secondaria.

Rientrato in albergo ho “intuito” come collegarmi (vedi fotografia sotto con le istruzioni) per poi collassare addormentato , dopo aver fatto zapping su 36 canali che si occupavano solo di commentari al Corano.

Allah Ak-bahr, dicono ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

One Comment on “Le indicazioni

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