Rieccomi!

Con un salto spazio-temporale degno del Cap. Kirk (quello della serie “Enterprise“, per i digiuni di episodi televisivi degli anni ’60), sono passato dal prato davanti a casa, dove fotografavo Beria maneggiando la mia Leica nuova, alle sabbiose 4 corsie che mi portano da Dubai ad Abu-Dhabi in un brodo primordiale di traffico e incidenti.

La temperatura sull’asfalto supera i 50°c e il condizionatore del catorcio che ho noleggiato guaisce pietoso tentando di modificare la situazione da forno crematorio all’interno dell’abitacolo. Dubai one-o-three-ef-em scandisce una serie di classici disco degli anni settanta e, sulle note di Donna Summer, sono tentato di sfrecciare in piena velocità davanti ad una speed-camera, agitando un perizoma leopardato mentre indosso un paio di rayban a specchio!

Passo davanti alle vestigia di Dubai Waterfront, faraonico progetto di Nakheel annegato nell’oceano di debiti che ha sommerso l’Emirato cicala, e i megacartelloni che annunciavano “twice the size of Hong-Kong” sono ridotti a rovine. In lontananza si vedono ghost-city di cemento armato dove nessuno andrà mai a vivere. Potrebbero essere la nuova ambientazione del Pianeta Delle Scimmie, raffinato film di fantascienza del 1968 dove due astronauti si svegliano dopo un’ibernazione un filino lunga, e scoprono che il mondo dell’anno 3978 è un filino diverso da quello che avevano lasciato: se non l’avete visto siete condannati alla dannazione eterna.

Siamo in Ramadan, nono mese del calendario arabo: tradotto letteralmente significa “mese caldo”, facendo pensare che un tempo prima del calendario lunare, questo identificasse il mese estivo:  Ramadan d’Agosto difatti è una bella scommessa alla mia indole pantagruelica nell’obbligo di onorare la Santa Chiesa della Birra almeno una volta alla settimana.

Durante il mese del Ramadan il mussulmano praticante deve astenersi, dall’alba al tramonto, dal bere, mangiare, fumare e fare gneck-gneck (“fornicare” per coloro i quali non sono ancora usi al mio linguaggio).

Penso sia il mio decimo Ramadan in terre arabe. Il mio approccio durante i primi anni è stato ultra-ortodosso e conservativo. Mi astenevo anche dallo scaccolarmi durante le ore diurne, partecipavo con rispetto alle iftar (il momento quotidiano di rottura del digiuno al tramonto), e mantenevo un atteggiamento ispirato alla comprensione e alla tolleranza.

Quando stamani ho attaccato un piatto di uove strapazzate con finferli saltati in padella e (VERO) bacon alla griglia, la tolleranza si è rivolta al mio colesterolo, al quale ho deciso di santificare due settimane di agosto con una dieta a base di verdure bollite. Occhio che non ho precisato l’anno di questo supplizio.

La motivazione ontologica (si, ho ripassato Hegel e Kant di recente) dietro a questo è che, mostrando a sufficienza la mia tolleranza a casa nei confronti di chiunque chieda asilo nel mio paese, penso sia un mio diritto mantenere le mie abitudini anche nel paese che mi ospita, senza per questo arrivare agli eccessi di bermi una birra alla Mecca.

Sarò qui ancora per qualche giorno prima di farmi scarrozzare da un aereo della Qatar (si, ‘sto giro ho tradito la British) nelle terre native: vi lascio con uno scatto fatto ieri sul creek al tramonto.

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

One Comment on “Ramadan e uova strapazzate

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