Netta tratta da London a Milano passo sopra le Alpi ed è sempre una vista spettacolare alla quale la fotografia scattata dal finestrino dell’aereo non riesce a rendere giustizia.

Spesso mi viene in mente Annibale che, con sagace strategia, decise di attaccare i Romani con un esercito da terra, approfittando del fatto che avrebbe potuto utilizzare armi da guerra innovative (gli elefanti, antico esempio di fanteria corazzata), e che avrebbe sorpreso delle difese più sguarnite.

Siamo nel 218 aC, Annibale prese letteralmente armi, bagagli, 90mila fanti, 12mila cavalieri e 37 elefanti (i numeri ci son confermati da diversi storici contemporanei, non li ho sparati a vanvera) e, salutando Cartagine con la frase “stavolta gli facciamo un culo nero“, spostò il suo esercito fino alle Colonne D’Ercole (stretto di Gibilterra), facendolo poi risalire lungo tutta la costa della Penisola Iberica, e attraversare le Alpi e, con un contropiede bellico che è rimasto negli annali delle scuole tattiche, piombò sulle legioni romane e tenne fede alla sua promessa.

Voglio ricordare un paio di fatti che ci fanno comprendere la genialità strategica di quest’uomo: sapendo che Publio Cornelio Scipione lo aspettava per bloccarlo sul Rodano, dove l’ampiezza del fiume lo avrebbe costretto a costruire un ponte di barche per attraversarlo col suo imponente esercito, Annibale trasportò gli elefanti su zattere mimetizzate da isolette, tenute a galla da otri di pelle pieni di paglia.

Interessante poi che, durante l’attraversamento delle Alpi (avvenuto nel tardo autunno), gli scritti di Livio e Polibio ci raccontano che, per creare una via di passaggio per le sue truppe e per gli elefanti, faceva riscaldare le rocce per poi ricoprirle di aceto per spaccarle. Mai capito come facesse e, quando a casa faccio cadere 3 gocce di aceto su un piatto da forno e racconto sta minchiata di Annibale, la Cami mi guarda come se avessi bevuto.

Se avete una minima esperienza di trekking o hiking e avete provato qualche passo alpino, potete comunque immaginare la complessità logistica di questa impresa. I calzari in goretex mica esistevano. Il piumino ultraleggero della Patagonia doveva essere inventato 2.378 anni dopo e, portarsi dietro un elefante come animale da compagnia, non è poi la cosa più semplice di questo mondo.

E poi sti elefanti, che potrenno aver pensato loro, che usano le orecchie come termoregolatori, realizzando un sistema di autocondizionamento contro la calura della savana, ce li vedete sotto un pino a far merenda (con gli aghi)? Comunque ci narrano che quasi tutti arrivarono sulla Pianura Padana, continuando a sorprendere e terrorizzare gli avversari in battaglia finche’ i romani si presero una batosta finale a Canne e cambiarono completamente tattica. Come? Beh, la Seconda Guerra Punica ve la racconto tutta un’altra volta, promesso.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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