Cosa può essere peggio che rimanere a Doha per qualche giorno? Facile, il rimanerci mentre piove e si forma quella meravigliosa fanghiglia risultato dall’impastare pioggia con sabbia fine al livello di polvere, idrocarburi assortiti da inquinamento e pezzetti microscopici di cemento effetto di una West-Bay cantiere da ormai 10 anni.

Stupendo, eh?

Stamani ho avuto il mio primo impatto con la vita tentando di manovrare il miscelatore della doccia. Ma mi dico e mi chiedo, perchè noi umanità abbiamo sentito l’esigenza di allontanarci dalla fantastica, semplice, intuitiva tradizione di due bei rubinetti (uno con un bollino rosso a simboleggiare l’acqua calda, l’altro blu per l’intuizione di quella fredda) cui aggiungere una bella valvola che intercetta il liquido indirizzandolo verso la doccia o verso il bagno?

No, non bastava e quindi una mandria di creativi designers di rubinetteria si sono sfondati le meningi nel costruire oggetti di arte astratta dinnanzi ai quali rimanere colpiti, estasiati dalla complessità del messaggio dell’artista, e dall’ustione ripetuta che ti coglie mentre tenti di intuire come menovrare quell’infernale marchingegno e farti una cazzo di doccia.

Comunque, al prezzo di ripetuti tentativi empirici, e di un buon numero di imprecazioni, sono riuscito nel rito delle abluzioni quotidiane e mi son diretto verso il breakfast nella shopping mall che confina con l’ameno albergo neoclassico-barocco nel quale sto bivaccando.

Arranco fino da Starbucks solo dopo aver scoperto che il passaggio interno è aperto solo dopo le 8:30 della mattina e quindi son costretto ad uscire in strada dove, come in molte aree di questa regione, non esistono i marciapiedi o, quando ci sono, hanno una mera funzionalità estetica e non quella di salvaguardare i pedoni dagli assassini al volante che guidano da queste parti.

G’day, can I have a venti iced latte with no ice and a bluberry muffin?”. “To-go?”.”Nah, eat-in, Thanks.”. Semplice. Quasi banale, no? Lo ammetto, sono prevenuto: da queste parti del mondo gli standard di servizio e i processi perfettamente disegnati cedono il posto all’emotività in reazione alla normale arroganza del cliente locale. Mi aspetto quindi di tutto … e vi rimando a questa esperienza (link) da Costa a Riyadh.

Invece va tutto bene, servizio velocissimo e anche una battuta simpatica sul fatto che nell’intera mall siamo in 4: i due addetti della caffetteria, io e una ragazza local in abaja che digita nervosamente sul suo blackberry fuxia con brillantini. I trash-designer hanno fatto un’altra vittima.

La pianto qui che oggi ho una giornata densa e pesa: mi devo guadagnare il viatico, altro che cazzeggiare sul blog. L’immagine è quella del mio lussuoso breakfast di stamani …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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