Il primo training, che la società per cui lavoro mi ha fatto fare nel lontano 1996, era a Chicago e si intitolava “Cultural Diversity“, e voleva preparare un gruppo di leadership internazionale abituato a sentirsi a proprio agio in qualsiasi paese al mondo. In classe c’erano 29 americani e io, inconfondibilmente “diverso culturalmente“.

Giorno 1, giro di presentazioni (“io sono A, il mio ruolo è B, riporto a C, e il mio sogno per questo training è XYZ“, dove io ho già cominciato malissimo con “This is Mau and you may not give a damn about me, nor about my bloody dreams“): parte un filmato ambientato nel generico “South of Europe”.

Un paio di consulenti stereotipati americani (lui e lei, rappresentando se fosse possibile tutte le potenziali maggioranze e minoranze razziali, linguistiche e culturali), incontrano un cliente locale (vestito, invero come un mafioso nel Padrino di Coppola) che li invita a pranzo e, giustamente, ordina una bottigliazza di vino e termina la libagione con caffè, grappa, amari, lemoncelli e cognac.

I due si mostrano stupiti e azzardano aspre critiche del tipo “paese di beoni“, “ciuchedelici alcolizzati” e simile. Discussione in aula, “cosa hanno sbagliato?“.

Alzo la mano: “hanno reciprocamente assassinato un’ottima aragosta alla catalana e il vino Nebbiolo che hanno ordinato: nemmeno un pazzo da noi lo farebbe”. Silenzio in aula. Ho passato il resto della sessione in castigo, in piedi dietro lo schermo di proiezione.

Giorno 2, giro di critiche costruttive e sognanti sulla giornata precedente (tipo “oooohhh, ho scoperto che in alcuni paesi le donne si coprono il capo e il corpo con drappi neri, incredibile“, oppure, “pensa te che tra le coste del Maine e la Russia c’è l’Europa“). Al mio turno chiedo “Rise your hand the one who speaks any another language apart from english”. Nessuna mano alzata, io nuovamente in castigo preventivo dietro lo schermo.

Il soggetto del giorno è “Sexual Harassment“: parte un filmato dove due colleghi (sempre uomo e donna, ma perché non una coppia gay, mi chiedo?) lavorano assieme, scherzano, escono a cena, il ragazzo si avvicina al viso della ragazza … il filmato si interrompe. Il coach chiede “cosa c’è di sbagliato?“.

Manco alzo la mano, parto in quarta con “A parte che non hanno bevuto abbastanza per far crollare repentinamente tutti i freni inibitori, non c’è nulla di sbagliato, sono maggiorenni, in piena tempesta ormonale e sono nel loro tempo libero, che vogliamo fare i moralisti?”. “Mau, apprezziamo la franchezza del tuo punto di vista (notare il pluralia majestatis usato), ma dobbiamo concludere che tu abbia dei seri problemi di inserimento in un contesto internazionale” mi ha detto il responsabile globale dei training col quale subito dopo lo scompiglio sono stato cordialmente invitato a confrontarmi, e a nulla è valsa la mia osservazione che ero l’unica caratteristica internazionale presente.

Poi uno si chiede perché hanno mandato gli altri a London, Paris, Singapore, Sydney, Washington, e invece io a Riyadh (Arabia Saudita), a Lagos (Nigeria), a Kiev (Ukraine, ma durante la rivoluzione arancione), a Moscow per 3 inverni, a Maputo, Port Moresby, Ulaan Bator, etc.

Domani ho 2 ore di training in aula: scommettete che non faccio un commento? Potrebbero destinarmi ad un gulag staliniano per l’occasione.

Foto di oggi? Ero a Sydney qualche settimana fa, per la festa di St.Patrick e qui potrei dire “che due palle” con anche un riferimento al mio umore lavorativo ….

duepalle


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

6 Comment on “We Will, We Will Train You

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