Viaggio in Asia da oltre 35 anni, ma ogni volta ci rimango un filo stupito e anche schifato. Si, lo so, paese che vai, usanza che trovi, e quando questo si riferisce al cannibalismo rituale di Papua, dove ero in Marzo, c’è il caso di preoccuparsi, mentre altre banalità come lo scuotere la testa mentre si parla (tipica dell’India) o i vari modi di salutarsi, contare, o dimostrare gradimento o soddisfazione, sono divertenti segni di antropologia.

Valga per tutti l’esempio del gesto fatto con le dita chiuse con i polpastrelli che si uniscono verso l’alto (come una sorta di forma a pera) e il polso che fa dondolare la mano in alto e in basso, che nel comune linguaggio del corpo in Italia indica in modo astiosoma che cazzo vuoi?”, mentre nel sub-continente Indiano (India, Pakistan, SriLanka e, per conseguenza immigrativa, anche in Middle East) significa gentilmenteattendi un attimo, per favore“.

Ci sono però limiti alla tolleranza di antropologia, di usi e di costumi. Sta roba, tipica in Asia, di tirare su col naso per ore proprio non la capisco e, a dire il vero, oltre a infastidirmi mi fa un filino schifo. Evito il racconto dettagliato e la cronaca, ma quando siedo in un open space o comunque vicino a locali, è un continuo concerto di caccole in riflusso che, mentre inizialmente penso sia un caso sparuto, in breve non lo tollero e dal fastidio passo alla reazione.

Fase 1: occhiataccia. Fase 2: occhiataccia con commento ironico “bel raffreddore, eh?“. Fase 3: occhiataccia e “hai per caso bisogno di un fazzoletto di carta?“: mi guardano con aria interrogativa come se avessi chiesto “ma sai per caso quante eliche di DNA ha l’iguana tropicale verde smeraldo?“.

Fase 4: guerra totale. Raccatto tre pacchi di kleenex (quelle scatole grosse da dispenser) e glieli mollo sulla tastiera del PC, facendogli anche vedere le dimensioni del mio indice e aggiungo “se dovessi aver bisogno posso inserire anche un’adeguata protesione in lattice sul dito e passare ad una fase esplorativa del tuo naso“.

Fase 5: dal giorno successivo e per tutta la durata del mio soggiorno ho uno splendido ufficio assegnato, in totale solitudine, con fuori la scritta “DANGEROUS – AVOID FEEDING THE ANIMALS”.

Foto di oggi? Non c’entrano nulla, ovvio: con il nebbione che c’è qui è impossibile avere una sola immagine decente! Una preghiera al Buddha, scattato a Shanghai a Giugno dell’anno scorso, e una ragazza americana da Mangiabuono a Genova ….

pray buddha yankee in ge


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

5 Comment on “La caccola in Asia

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