Ho trascinato una Beria (il mio cane) più che perplessa nel lungo corridoio che, partendo da Piazza Portello, raggiunge la base dell’ascensore che collega la Spianata di Castelletto. Uscendo poi nella torretta liberty inaugurata nel 1909, ha messo le zampe sul davanzale e, ancora più perplessa, si è affacciata su un panorama di Genova che permette una vista completa di tutto il centro storico, del porto e giù fino alla val Bisagno.

Poi quando ho attaccato a recitare, l’animale si è messo giustamente a guaire, per confermare la crisi di certezze dell’uomo moderno:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Beria non ha apprezzato la citazione di Eugenio Montale, e in particolare della prima poesia che apre Ossi Di Seppia del 1923. Mi ha guardato con aria interrogativa fino a quando abbiamo raggiunto la fontanella davanti alla gelateria e, mentre lei puciava gaia la lingua, io ne ho approfittato per dare al cane una lezione spicciola di letteratura.

Cosa c’entra adesso la poesia di Montale, e la tematica lirica dell’uomo che nella sua vita, abbandonata la giovinezza, diventa uno scheletro inutile, proprio come un osso di seppia abbandonato sulla spiaggia?” ho chiesto a Beria.

Il cane, da sano materialista dialettico, ha ritenuto volessi suicidarmi ingerendo 18 coppette al pistacchio e mandorla amara, per poi scavalcare la balausta e lanciarmi nel vuoto: si è messa a ululare strattonandomi. “Ma no! È solo che Montale, futuro premio Nobel per la Letteratura, è nato qui, proprio a due passi dalla Spianata di Castelletto!“.

Beria mi ha ringhiato, se potesse parlare mi avrebbe detto “Coglione acculturato, andiamo a casa a mangiare e smettiamola di perdere tempo”.

Qualche scatto dalla Spianata …..

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

6 Comment on “La Spianata

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