Se … Se mia nonna avesse avuto le rotelle, sarebbe stata un tram“: penso di aver sentito questa espressione sin da bambino, ma ancora oggi, mentre stavo uscendo dalla palestra, ho ascoltato una conversazione che terminava con questo strano cocktail di logica e senso comune per indicare la fallacia di alcuni ragionamenti ipotetici.

Ho tentato di fare un’analisi un filo più accurata, come se fossi tornato sui banchi universitari e avessi dinnanzi il mio vecchio professore di Logica: le prime cosa che ho scomodato sono state il “modus ponens” e il “tertium non datur“. Easy che adesso ve le banalizzo in linguaggio commerciale, non agitiamoci e rimaniamo incollati sul blog, please.

Il “tertium non datur“, letteralmente “non esiste una terza soluzione” o “principio del terzo escluso”, è un’enunciato di logica secondo il quale se un’affermazione NON è una minchiata, è allora per forza vera: ovvio che da Aristotele in poi nessuno, fino a Bertrand Russel, abbia avuto la possibilità di vedere il telegiornale di Emilio Fede o leggere gli articoli di Sallusti su Il Giornale, cose che entrambe rappresentano una palese contraddizione di questo principio, ma non siamo qui a pettinare le bambole o a smacchiare i leopardi in dettagli.

Il “modus ponendo ponens” (tradotto “modo che pone con l’aver posto”) è una “regola di inferenza”: la sua semplice grafia in logica [(p \rightarrow q) ∧ p] \vdash q si legge come “se p implica q è una proposizione vera, e anche la premessa p è vera, allora la conseguenza q è vera“. L’esempio è molto più facile della notazione o della definizione: “se piove” (p) allora “la strada è bagnata” (q), “piove” (P) > “la strada è bagnata” (q). Bisogna fare un filino di attenzione con facili banalizzazioni del modus ponens: ad esempio “se voti per il Berlusca sei un pirla” è un’affermazione che ritengo personalmente una santa verità ma sotto l’accurata legge della logica viene classificata come “inferenza infondata”.

Il terzo cluster concettuale che, partendo dalla nonna con le rotelle, mi è venuto in mente è stato la “dimostrazione per assurdo“, che da Euclide in poi, fino ai nostri politici, è stata abusata: in questo processo si assume una ipotesi che genera poi una conseguenza assurda, per dimostrare (grazie al modus ponens) che l’ipotesi era quindi errata, o “vera nel suo contrario”. Un esempio potrebbe essere l’affermare che (A) “tutto è possibile”, e quindi sostenere che (B) “se tutto è possibile, è anche possibile confutare l’affermazione ‘A’ come falsa, e questo genera una contraddizione, quindi NON è tutto possibile”.

Dall’esempio alla realtà: (A) “oggi non mi capitano grane di lavoro da risolvere”, (B) “se non ci sono grane, che sei pagato per risolvere, non servi più a un cazzo e quindi non lavori, quindi meglio che anche oggi ci siano grane che ti facciano piegar la schiena e guadagnarti la pagnotta”. Si, lo so, qui la logica vacilla un filo, ma il senso dell’assurdo è comunque pieno e garantito.

Beria sta leggendo questo testo con l’attenzione che la sua cultura canino-universitaria le impone: ha scosso le orecchie e mi ha guardato come per dirmi “ma vai a fotografare, invece, umano cervellotico“. E qui ci vuole un tram dell’assurdo quindi …

tram jan14


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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