Devo promettere a Janny una totale discrezione sul posto che mi ha fatto visitare: non è aperto al pubblico per una serie di motivi, non ultimo quello dell’instabilità di tutte le costruzioni che lo circondano e del muro di 8 metri, fatto erigere dall’Ispettore dell’Imperatore alla metà dell’anno 1800 a protezione della sua ricchissima biblioteca e del suo giardino di inusuale bellezza anche per essere in China.

Prima mi ha fatto conoscere Zia Yohe, che con i suoi 96 anni ha i 4 figli che a turno la aiutano ma rifiuta di lasciare la stanza dentro la quale ha vissuto tutta la vita. Mi siedo con lei, mi offre del tea e dei datteri cinesi con un piccolo seme all’interno. Le racconto, facendomi tradurre, di quanto lei mi ricordi mia nonna nel Veneto rurale di 50 anni fa. Poi siamo passati ad assaggiare i fagioli fritti di Chao, che ha voluto indossare una camicia pulita prima di farsi fotografare. Poi è stata Zia Ai Bo ad insegnarmi come si piegano i soldi dei morti per poi bruciarli in modo che i defunti abbiano da spendere nell’aldilà del consumismo che ha travalicato i confini di Caronte.

Entriamo in un cortile, e percorriamo un lungo lorang. Attraversiamo una vecchia fabbrica di giocattoli, adesso chiusa e in attesa di essere demolita. Una porta ricoperta di pietre per renderla inattaccabile al fuoco ci apre un mondo intatto da decenni, un mondo che presto sparirà per sempre con i suoi mobili, i suoi intarsi, le sue piante e le sue giare per conservare l’acqua. Fotografo i segni del tempo, tentando di fermarli e trasmettere una bellezza incredibile. Un giardino privato inimmaginabile, un complesso di case in legno con intarsi che commuovono per bellezza e livello di dettaglio. Due rarissimi tavoli con le pietre recanti il sigillo imperiale, destinate a pochissimi alti dignitari. Una televisione russa, un cavallino a dondolo che arriva dalla fabbrica di giocattoli. Valige abbandonate, segni di un passato e di persone che non ci sono più.

Mi siedo per terra, mangio un melograno dalla pianta nel giardino: cerco di registrare ogni particolare per potermelo raccontare ancora tante volte.

Molte foto, tanti dettagli ma poche indicazioni: mi hanno chiesto discrezione …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

17 Comment on “Il Giardino Segreto

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