Tai ka ho, Kopi o kosong, xie-xie” (“Buongiorno a tutti, un caffè nero senza zucchero, grazie”)

Mi pare di essere Rick Decard, il Detective impersonato da Harrison Ford in Blade Runner (1982), mentre uso la lingua Cityspeak della futura Los Angeles, nello scenario Asian-proto-cyberpunky che Ridley Scott disegna nel suo fantastico film, ispirato dal libro di Philip K. Dick’s del 1968 “Do Androids Dream of Electric Sheep?”.

Si, è vero: non sto ordinando noodles, ma semplicemente una tazza di caffè nero, senza zucchero. Non uso il cocktail di Japanese, Chinese, Inglese, tedesco e Koreano del film, ma più semplicemente il Singlish, la lingua franca della Chinatown di Singapore, ma qui la parte Chinese della fonetica è totalmente predominante.

Fuori dall’hawker center la coda del monsone dipinge la sera di riflessi nelle luci di Singapore, con pozzanghere alimentate da scrosci rumorosi di pioggia. Mi aspetto quasi (tornando al film) che Graf compaia dalla sua vettura volante, per assegnarmi un incarico, lasciandomi uno dei suoi origami.

Le caffetterie, Kopi Tiams, sono diffuse ovunque a Singapore, contandone oltre 2,000 in un’area concentrata di 20 chilometri quadrati. Caffè, Tea, latte fresco o molto più spesso condensato, zucchero, il tutto associato e mescolato in qualsiasi tipo di permutazione, e serviti caldi o freddi, rappresentano la base di una caffetteria Kopi.

Il caffè è filtrato nel tessuto, e la densità del liquido nero e caldo è talvolta incredibile: il rito della preparazione premia l’abilità di versare il caffè da brocche in metallo con lunghi becchi, mescolando e arieggiando il preparato con l’aggiunta del latte condensato

Alcuni servono anche soft drinks, e pochi piatti, soprattutto adatti alla tradizione del breakfast asiatico: toast, uova, riso, noodles ad accompagnare piatti semplici di pollo, anatra o maiale. A me piace soprattutto il char kway tiao (noodles fritti con uova), o un piatto dell’influenza malaysiana, il nasi lemak, dove al riso cotto nel latte di cocco si aggiungono cetrioli e sardine.

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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