Mi incontro con Anson all’uscita D1 della fermata Central nella MTR di Hong Kong, siamo nell’ora in cui le vita prende fermento e frenesia, quando la classificazione muove da “pomeriggio” a “serata”.

Abbiamo due Leica M che ci ciondolano al collo, amuleti della nostra religione fotografica: io col mio vetro Summa Cum Lux 35, e lui con la violenta luminosità del King of Bokeh 50.

Abbiamo deciso di confrontare le nostre prospettive, le nostre interpretazioni, per imparare ciascuno dall’altro con divertimento, e per chiudere la serata con la birra che innaffia un buon yakitori.

Il filo conduttore che abbiamo scelto è quello di un moderno verismo o naturalismo, prendendo il manifesto e le poetiche di Verga e Capuana, bagnandolo un po’ nel naturalismo di Zola, e poi stendendolo ad asciugare con in panni della street photography.

Il contesto sono i vicoli che si arrampicano su per Tai Kwun, caruggi di una Genova asiatica, dove le mandrie di giovani in cerca del drink serale si incrociano con le greggi di anziani che tornano a casa, e chi gestisce gli stalli del commercio di strada chiude i conti della giornata, impacchettando il proprio negozio tra assi di legno e pezzi di lamiera.

Spesso poi c’è chi trasforma la confusione della sua bottega nel giaciglio per la notte, in un concetto di casa-lavoro che potrebbe definirsi il microcosmo della loro vita.

Hong Kong è viva, respira e ti soffia l’alito umido dei suoi sapori in faccia. Incontro ricordi e cambiamento, in qualche cosa che però da segnali inequivocabili di una futura estinzione. Le botteghe di strada stanno scomparendo, gli anziani stanno morendo, e le nuove cose che arrivano sono differenti, più lineari e codificate.

Mi si parla di quello che io definisco “il desiderio di fish & chips”, la fortissima emigrazione dei giovani verso UK, a garanzia di una libertà di vita che qui verrà probabilmente presto messa in dubbio. Mi si parla di un mondo che cambia, mentre tento di spolverare con poco successo i miei rudimenti di Cantonese, ma alla fine scelgo la mimica facciale per ringraziare chi accetta di farsi registrare sullo splendido sensore della M11m.

Domani notte parto, 25 ore di viaggio verso le colline dell’Oltrepò: una breve tappa prima di tornare in Asia e di fermarmi poi nel Paese dei Castelli di Sabbia. Foto? I miei scatti di ieri sera ….

 

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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