Atterrato a Tokyo dopo quasi 24 ore di viaggio da quando sono uscito dalla porta di casa, la prima parola che mi accoglie è Omotenashi.

Omotenashi è la parola che cattura l’essenza dell’ospitalità Giapponese, frutto di una profonda cultura locale, ed è difficile da rendere o tradurre con un termine in altre lingue: unisce un complesso di principi, comportamenti e attitudini nel confronto dell’ospite. Un concetto bello, intricato e profondo.

Omotenashi significa offrire un servizio, senza aspettare di ricevere nulla di ritorno. Generosità, attitudine positiva, anticipazione delle necessità, delle richieste prima che l’ospite o il cliente abbia anche l’occasione di esprimerle: questo potrebbe essere uno dei molti fattori che descrivono questo termine. La base culturale e psicologica è l’attenta osservazione per essere in grado di offrire benessere e comfort, che si concretizza attraverso processi e procedure disegnati e applicati con un’attenzione maniacale ai dettagli: tutto questo genera qualcosa che, nella mia vita passata (“passata” da meno di una settimana), avrei definito “fully immersive customer experience”, mentre oggi è solo una sottile e delicata, piacevole sensazione di sentirmi ben accolto.

Mentre aspettavo di riturare il Japan Rail Pass che sarà il mio principale messo di spostamento nelle prossime 3 settimane, ho potuto osservare che, malgrado un’attenta regia e standardizzazione, ogni turista era riconosciuto come differente. Un’attenta gentilezza, discrezione, senza intrusione, ma offrendo una sensazione di privacy e spazio.

Dettagli. Omotenashi enfatizza la meticolosa attenzione ai dettagli, e teniamo a mente che siamo parlando di Giappone, un paese con una cultura che ha costruito una propria vita attorno a questo. La disposizione del cibo in un piatto, il modo in cui il tovagliolo viene piegato, come il tea viene servito: tutte le azioni sono condotte con un’armonica sequenza di movimenti perfetti, ripetuti identicamente con cura. Osservare la ritualità dei gesti del macchinista all’arrivo del treno o il perfetto inchino del controllore che, uscendo dalla carrozza, saluta i passeggeri, è rispetto per ogni istante della vita.

Omotenashi è sincerità, genuina. I comportamenti, i gesti sono qualcosa di profondamente sentito, non un manierismo formale. Non sono comportamenti di facciata, o robotica ripetizione di un copione che deve essere eseguito, è invece una profonda attitudine crea armonia. Armonia che ritroviamo nel modo in cui gli spazi sono disegnati, pensati per chi deve viverli.

Molto più che semplice “ospitalità”, Omotenashi è una filosofia che offre visibilità sulla cultura Giapponese di profondo rispetto per il prossimo, parte integrale della psicologia che riflette armonia, rispetto, purezza e tranquillità.

Buongiorno da Shinjuku, Tokyo, 7:00 di mattina.

 

 

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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