Il vecchio è seduto su una sedia di plastica, fumando lentamente una sigaretta, con gli occhi al cielo.

”Si può mangiare?” gli chiedo.

Accenna un inchino, mi sorride, apre il palmo con le dita che sembrano rami di vite, piegate dall’’artrosi di chi, per tutta la vita, si è guadagnato da vivere con le mani nell’acqua. Batte tre volte con l’altra mano, indicando il 5+3: comincia a preparare il cibo dalle 8 in poi.

Ryoshi No Mise, spero la traslitterazione sia corretta, “Casa dei Pescatori”: gestito da una coppia di anziani.

Lui, fino alle luci dell’alba è pescatore, ma quando il sole segna le ombre, diventa cuoco. Lei corre tra la cassa, i frigoriferi e la cucina, zampettando avanti e indietro con la sala, che è, ovvio, in una parte separata della casa, costringendola a uscire continuamente, e pensate che qui d’inverno la temperatura scende sotto in. -30c

È sempre di corsa, ma sempre gentile.

Ordino il mio breakfast qui, con l’aiuto di un translator e delle fotografie. Sono nella punta estrema dell’isola di Hokkaido in Giappone: hotate, uni-don, kai-jiru. Capesante, ricci di mare e una zuppa di miso con delle telline.

Mi siedo davanti a una griglia a gas, e l’anziana ci sistema le capesante sopra, lasciandomi anche un guanto di lana bruciacchiato per spostare le conchiglie senza ustionarmi.

Si mangia in silenzio, e una volta terminato ci si alza per lasciare il posto ad un altro commensale mentre il tavolo viene pulito rapidamente. Le pietanze sono deliziose.

Sapore di mare sulla lingua, una freschezza che solo il pescato da poche ore può avere.

L’umile semplicità eletta a delizia culinaria, spendo 15 euro in tutto, compreso il tea verde che si può servire da soli: se penso al costo dei ricci su una tavola di Singapore, Milano o Dubai, mi viene da sorridere.

Salgo in macchina e comincio a puntare verso sud, percorrerò la costa per un lungo tratto prima di deviare a sinistra, verso il centro di Hokkaido, per arrivare a Furano.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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