Quando ho varcato la porta scorrevole, stringendo sempre un po’ le dimensioni del mio corpo per passare, ho capito subito che quello era il posto giusto.Lo chef, dietro un grande teppaniyaki, dopo aver pronunciato il rituale “isasshaimase” (benvenuto), con un il gesto mi ha indirizzato verso uno degli sgabelli di fronte a lui.

Sono qui per godermi un okonomiyaki.

L’okonomiyaki di Hiroshima non è solo un piatto; è una narrazione culinaria che parla della resilienza, della cultura e dell’innovazione della città. Mentre la parola “okonomiyaki” è spesso tradotta come “alla griglia come preferisci“, in riferimento alla diversità degli ingredienti che si possono gustare, la versione di questa città si distingue per i suoi strati unici e i suoi sapori ricchi.

L’okonomiyaki è spesso paragonato a un pancake salato: mentre la più comune preparazione in stile Kansai o Osaka mescola tutti gli ingredienti in una pastella, la versione “vera e originale” di Hiroshima di questo piatto classico si distingue per il suo approccio a strati. Ogni componente è attentamente assemblato, in base alle caratteristiche di cottura, per creare una deliziosa pila di sapori e consistenze.

Il processo di preparazione dell’okonomiyaki di Hiroshima inizia con una sottile pastella simile a una crêpe stesa su una piastra calda, sopra la quale viene aggiunta una generosa porzione di cavolo tritato, seguita da germogli di soia, carne di maiale e (a scelta) altre proteine ​​come calamari o gamberetti. Si può anche aggiungere uno strato di yakisoba o udon noodles, conferendo al piatto un notevole peso nutrizionale, ed è ovvio che io abbia imboccato questa strada.

Questa intricata torre viene poi capovolta per garantire una cottura uniforme. Il tocco finale è un generoso spennellamento di una salsa ricca, saporita e dolce, seguita da una spolverata di cipolle verdi e scaglie di alghe.

Degustarlo è poi un’esperienza multisensoriale. I sapori sono una miscela armoniosa di salato, dolce e umami, che lo rendono un alimento assolutamente unico.

Ogni boccone offre un gioco di consistenze: dall’esterno croccante della pastella alla sensazione morbida, che quasi si scioglie in bocca, del cavolo, completato dai noodles, pezzi di pancetta di maiale, e frutti di mare. L’okonomiyaki viene servito sul teppanyaki difronte a te, rimane quindi sempre caldo e croccante mentre ve ne tagliate le porzioni.

Questo piatto è profondamente radicato nella storia postbellica di Hiroshima. Dopo il bombardamento atomico del 1945, la scarsità di cibo era dilagante. L’Okonomiyaki, che richiedeva ingredienti minimi e facilmente reperibili, divenne un pasto conveniente e abbondante per gli abitanti della città devastata dalla guerra. e ristoranti improvvisati iniziarono a servire questo piatto, evolvendo gradualmente e perfezionando la ricetta fino alla delizia a strati conosciuta oggi.

L’okonomiyaki di Hiroshima è più di un semplice pasto, mi è stato descritto sia il simbolo della capacità della città di innovarsi e ricostruirsi, trasformando le avversità in un’opportunità e creando un piatto che risuona sia di storia che di gusto: stasera mi sono sentito parte di questa tradizione, e aggiungerci un paio di fresche birre è stato un capolavoro.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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