Sono arrivato a Sapa, nel nord del Vietnam, al confine con la China.

Ho viaggiato a bordo di un minivan, in compagnia di un grappolo di sei americani, dopo che il mio bus è stato cancellato perché ero l’unico passeggero (e questa la dice lunga sulle mie destinazioni). Nel gruppo stelle e strisce, oltre ad una famiglia di origini vietnamite – preziosa per comunicare con l’autista, si annoverano un ultra-settantenne reduce da una vita di weed e LSD, passata sul confine col Mexico (e ha fatto gli ultimi quattro mesi in Afghanistan), e un chitarrista di Seattle che sta girando l’Asia da un paio d’anni, con una forte passione per la birra e qualsiasi tipo di fungo allucinogeno di cui si trovi traccia in biochimica.

Il chitarrista si è presentato dicendoci che veniva da 5 settimane di dissenteria in Indonesia, e quando io gli ho detto “Holy shit, mate”, lui mi ha risposto “You can say that, bro!”

Abbiamo lasciato il casino di Hanoi intorno alle 7 di mattina, per poi seguire verso nord per oltre 6 ore, con l’autista che considerava il clacson la sua benedizione e soprattutto l’assoluzione per qualsiasi condotta riprovevole di guida lui potesse tenere. Due soste lungo il percorso, in capannoni adibiti ad Autogrill sono solo segnalabili per l’uso opportuno dei bagni.

Che ci faccio qui? Domani partirò da qui per 5 giorni di trekking, visitando e dormendo lungo il percorso nei vari villaggi dell’etnia Hmong: volevo fare da tempo questo giro che toccherà sentieri fino a 3000 metri, ma solo adesso, con 25kg di meno e un buon allenamento alle spalle, sono certo di sopravvivere.

Vi racconto degli Hmong e di Sapa nei prossimi giorni, ammesso di avere la forza di picchiare sui tasti a fine giornata, e soprattutto una qualche connessione internet (cosa di cui dubito, ma non si sa mai). Mi sono invece reso conto, mentre ero seduto a tavola a gustarmi una scodella di pho, che non vi ho ancora raccontato di questo piatto, la minestra più tipica del Vietnam.

Brodo di ossa di manzo, noodles di riso (solitamente quelli più larghi e piatti), verdure (cavolo, funghi, germogli di soia, aglio), e solitamente pezzi di manzo (più di rado pollo), il pho è servito ovunque e a qualsiasi ora in Vietnam.  Originario proprio di qui, nel Nord, e poi diffuso sia nel paese che all’estero dalla diaspora, oggi il pho ha dato vita a gustose regionalizzazioni, con vari città in VN che si contendono il titolo di saperlo preparare meglio.

Storicamente le prime tracce sono intorno al 1900, con una maggiore allevamento di manzi dovuta alla domanda generata dalla presenza coloniale Francese, che offriva, dopo la macellazione, le ossa a basso costo: queste erano acquistate dalla popolazione, cucinando un piatto abbastanza simile a quello che si trova nel sud della China.

Quello che mi sono spazzolato io oggi, aggiungendo un po’ di piccanza e mezzo lime spremuto, era invece vegetale, solo con un po’ di tofu affumicato. Ero appena passato dal mercato di Sapa, dove ho scattato le immagini che trovate qui, e la voglia di carne mi è passata totalmente.

Ci si sente quando sono tra gli Hmong.


Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

One Comment on “Pho

Leave a Reply

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading