Il caffè è da tempo un barometro di adattamento culturale in Asia.

Introdotto dai commercianti arabi ed europei, è stato assorbito e rimodellato secondo i gusti locali. Negli appunti del mio vagabondare leggo che il Vietnam lo mescola al latte condensato, il Giappone lo distribuisce in lattina, mentre in Corea del Sud ci sono catene di caffetterie che ormai si impongono come trend di moda.

Il chicco si trasforma in base ai contesti economici e sociali, e la Malaysia offre uno degli esempi più significativi di questo processo.

La firma del Paese è il kopi: preparato con chicchi tostati in margarina e zucchero, ha un gusto intenso e caramellato, lontano dall’espresso italiano o dal filtrato americano. Le sue varianti, dal kopi o (nero e zuccherato) al kopi c (con latte evaporato) fino al kopi tarik (“caffè tirato”), uniscono ingegno e accessibilità. Poi la preparazione, con l’infuso versato scenograficamente da un recipiente all’altro, incorpora aria nella bevanda aumentandone la cremosità.

Il consumo è ancorato ai kopitiam, le caffetterie tradizionali malesi, spesso a conduzione familiare, che costituiscono una vera infrastruttura sociale. Sono economiche, accessibili e comunitarie. La loro resilienza contrasta con la tendenza globale a trasformare il caffè in esperienza premium, mantenendone una base operaia e sociale.

Negli ultimi dieci anni, comunque, la Malaysia ha visto crescere rapidamente le caffetterie “specialty” a Kuala Lumpur, Penang e Johor Bahru. Rivolte a una fascia urbana e benestante, importano chicchi single origin dall’Etiopia o dalla Colombia, puntando su provenienza e precisione nella preparazione. La loro ascesa riflette l’aumento del reddito disponibile, l’aspirazione cosmopolita e l’influenza della cultura globale del consumo.

Il risultato è un mercato stratificato: il kopi tradizionale, ancora dominante per scala e abitudine, convive con i caffè boutique destinati alla classe media. La Malaysia mostra così come le società asiatiche sappiano conciliare eredità e modelli moderni di consumo. Il caffè, in questo caso, non è solo una bevanda, ma un indicatore di diversificazione economica e cambiamento sociale.

Sono a Penang da quattro giorni, con la Leica Q3 43 che mi ciondola dal collo: ovvio che ho scattato molte immagini durante le mie pause caffè ….

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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