Negli ultimi dieci anni, il Vietnam è diventato il beneficiario silenzioso di un nuovo ordine economico mondiale. Da attore marginale delle catene globali di fornitura, il Paese si è trasformato in un polo manifatturiero cruciale — soprattutto dopo che gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, hanno imposto dazi sulle importazioni cinesi. Quelle misure, nate per ridimensionare l’influenza di Pechino e riequilibrare il commercio globale, hanno innescato una massiccia riallocazione di capitali, competenze e stabilimenti produttivi in tutta l’Asia. E il Vietnam si è fatto trovare pronto.

Oggi il Paese si trova al crocevia tra opportunità e dipendenza. Da un lato, la Cina — gigante vicino e primo partner commerciale. Dall’altro, l’attrazione dei mercati occidentali in cerca di alternative alla produzione cinese. Gestire questo equilibrio sta diventando il tratto distintivo dell’economia vietnamita contemporanea.

La trasformazione è cominciata nel 2018, quando molte multinazionali, timorose dell’incertezza generata dai dazi e dall’aumento dei costi in Cina, hanno iniziato a diversificare la produzione. Apple, Samsung e altri colossi tecnologici hanno ampliato le linee di assemblaggio nel nord del Vietnam; mobili, tessuti ed elettronica di consumo hanno seguito a ruota. Da allora, gli investimenti diretti esteri sono aumentati in modo vertiginoso, e le aree industriali intorno a Hanoi, Haiphong e Ho Chi Minh City sono diventate centri produttivi brulicanti. Le esportazioni, soprattutto verso gli Stati Uniti, sono cresciute a doppia cifra ogni anno.

Poi è arrivata l’amministrazione Trump, con l’irrazionalità del “liberation day” e i conseguenti “dazi-alla-xxzzx” che oggi mi pare si siano assestati al 20% sulle importazioni dal Vietnam, e il tutto è entrato nel frullatore dell’economia/geopolitica irrazionale del 2025. Difficile dire che impatto ci sarà a medio termine, ma sono comunque propenso a considerare ancora l’economia vietnamita quasi un miracolo, ma un miracolo che ha anche le sue fragilità.

Gran parte del boom manifatturiero dipende da forniture cinesi — dai macchinari alle materie prime e ai semilavorati. Oltre il 30% delle importazioni del Paese proviene da Pechino, rendendo l’idea di uno “sganciamento” una mera illusione. Le strategie “China+1”, pensate per ridurre la dipendenza dalla Cina, finiscono spesso per rafforzarla in modo indiretto.

Sul piano politico, Hanoi ha adottato una forma di non allineamento pragmatico. Il Partito Comunista mantiene relazioni cordiali con Pechino, consapevole della sua centralità strategica, ma allo stesso tempo accoglie con favore investimenti americani e giapponesi. La cosiddetta “diplomazia del bambù” — flessibile ma saldamente radicata — le ha permesso di navigare con abilità tra correnti geopolitiche contrastanti. L’elevazione dei rapporti con Washington a “partenariato strategico globale” nel 2023 è il simbolo di questa politica: collaborazione economica stretta, ma senza alienarsi la Cina.

Dal punto di vista economico, i fondamentali restano solidi, anche se più complessi. Il PIL cresce stabilmente oltre il 6% l’anno, sostenuto da esportazioni, manifattura e da una forza lavoro giovane. L’inflazione è sotto controllo, mentre il governo investe in infrastrutture e digitalizzazione. Tuttavia, il rischio della “trappola del reddito medio” è reale: per salire di livello, il Vietnam dovrà sviluppare innovazione interna, efficienza logistica e governance più trasparente. Restare bloccato nella catena del valore come produttore a basso costo significherebbe ripetere, su scala minore, la traiettoria della Cina meridionale di vent’anni fa.

L’eco dei dazi di Trump continua a farsi sentire. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha accelerato l’ascesa del Vietnam, ma ha anche rivelato la volatilità della geopolitica. Washington osserva con attenzione la politica monetaria di Hanoi, mentre eventuali cambi di rotta sui dazi o nuove tensioni commerciali potrebbero rimescolare nuovamente le carte. Nel frattempo, il rallentamento della domanda globale e la fragilità dell’economia cinese mettono già alla prova la resilienza vietnamita.

Per ora, il Vietnam rimane uno dei pochi punti luminosi dell’Asia: un Paese che ha saputo trasformare il conflitto commerciale in opportunità economica. Ma una prosperità costruita su forze esterne resta fragile. La sfida del futuro sarà crescere non come sostituto della Cina o pedina dell’America, ma come economia autonoma, capace di camminare con passo deciso nel mutevole panorama del commercio globale: sarà interessante osservare come questo paese saprà emergere nell’ambito dell’economia sull’AI di cui ho parlato in un post precedente (qui il link).

Foto? Ancora immagini scattate con la M11 Monochrom, a spasso per Hanoi e poi tra le montagne al confine con la China a Febbraio dell’anno scorso.

 

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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