Quando l’altro ieri ho abbandonato il mio passaporto nella mani del servizio immigrativo delle autorità del Qatar ero pronto ad una resistenza ad oltranza. Il rinnovo del mio permesso di lavoro triennale si prefigurava nello stesso modo del rilascio tre anni fà: sono rimasto bloccato a Doha senza documenti per 18 giorni.

Ad aggravare la percezione di sfiga incombente il fatto che “the officer” notava (a) che il precedente visto era su un altro passaporto, e, incurante delle mie spiegazioni che ne cambio uno ogni 12-18 mesi per esaurimento delle pagine, annuiva con fare drammatico che avrei dovuto richiedere una procedura particolare per trasferirlo sul nuovo e (b) avevo già un permesso di residenza e di lavoro per Dubai il che era in conflitto con le normali procedure che richiedono un’unicità di residenza nei GCC. Mi sono astenuto dallo spiegargli che devo risiedere anche in Saudi Arabia per non giocarmi per sempre l’uscita dal Qatar.

Poi, d’improvviso, uno squarcio di luce si è aperto tra le tenebre come quando nei filmoni holliwoodiany degli anni cinquanta (stile Mosè, Ben Hur e affini) il regista vuole sottilmente far intendere un intervento divino e piazza lì nel mezzo del cielo un triangolo con l’occhiolino che sbuca (simbolo presente sulle banconote emesse dalla Federal Reserve, vera divinità economica): è comparso il mio buon amico Hassan.

Ho incontrato Hassan nel 2006, mentre seguivo le pratiche per registrare una branch in Qatar e i miei buoni colleghi americani si erano schiantati contro la burocrazia che (a detta loro) “impediva di gestire una società in Qatar da Huston” (ma vedi tu che buffa cosa – ironico e sarcastico).

Mi ero seduto dinnanzi a lui, in una scrivania di un ufficio comune, e avevo pazientemente cominciato a spiegargli le necessità di aggiornare la registrazione, la documentazione immigrativa e l’appointment mio (decisamente italiano) e di Tommy (Texano) come rappresentanti dell’azienda (registrata in Olanda ma con una branch in UAE, con la casa madre nelle Bahamas ma che si stava trasferendo in Irlanda) che voleva essere ammessa allo stato speciale on-shore in Qatar. Giuro che non è fantasia, la situazione era proprio così.

Nella migliore tradizione araba avevamo cominciato amabilmente a discorrere dell’allevamento dei cammelli, delle tende nel deserto, di quanto sia fantastico far bollire la carne di dromedario e di quanto questa sia sana, dei meravigliosi reef artificiali di carcasse d’auto che si popolano di branzini, e del fatto che i weekend lui fuggisse nel deserto per evitare i gioiosi conflitti della vita familiare con tre (TRE) mogli e rispettive famiglie. Non sorprende abbia quattro cellulari: uno per ciascuna delle mogli più uno per gli amici (che squilla in continuazione mentre gli altri li lascia semplicemente spenti: un genio).

Circa 2 ore dopo arrivava Tommy (il collega di Huston) proprio nel momento in cui Hassan mi spiegava la sua tecnica di pesca a strascico utilizzando un sacchetto di plastica come paracadute e il vento per portare l’amo con l’esca al largo: ovvio che, non avendo il contesto e il pregresso si fosse espresso sottovoce con un “what the fuck? this guy is nuts?“. Beh, una settimana dopo avevamo la nostra bella registrazione con tutti i sacri crismi e tutti i documenti.

Capite perchè ho accolto la vista di Hassan come quella del messia. Adesso ha un bel ufficio con vista sulla baia, un salotto dove ci si accomoda per chiacchierare (di cammelli e di branzini, di mogli e di datteri), una trentina di persone lavorano per lui ed è riuscito a impostare efficienza e risultati in una delle aree più complesse della macchina burocratica medio-orientale.

12 ore dopo ho ricevuto il passaporto con un bel visto triennale nuovo di pacca, accompagnato da un invito a pranzo di Hassan.

Vi stupisce che gli argomenti di conversazione siano stati il deserto, l’allevamento di cammelli e la pesca?

Non ho scattato nulla oggi: vi offro però il solito effetto bianco-e-nero-con-colore (che fa rosicare il Nunzio), preso dinnanzi alla Kindom Tower di Riyadh qualche settimana fà.

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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