Beh, ci riprovo. Ultimamente i tentativi di ricominciare a scrivere quotidianamente si susseguono con la stessa cadenza del fallimento ripetuto. Non ci si scoraggia, si carica nuovamente la molla del meccanismo elettromeccanico chiamato cervello, e si riparte.

Eccomi oggi nella eccitante Doha, capitale del Qatar, ridente paesello che si affaccia sul Golfo Persico e seduto sulla più grande bolla di gas scoperta negli ultimi 50 anni. Domenica ho sbaciucchiato la Cami che a breve va in Ozzieland fino a Natale: entrambi eravamo un filino commossi ma, da brave merde umane, abbiamo stoicamente detto “ci si vede a fine Dicembre“.

Per usare un biglietto BA che avevo già strapazzato con più cambi, aggiornamenti, rimborsi, allungamenti e modifiche, ho volato su London e poi, fresco come un pomodoro alla griglia, sono atterrato lunedì mattina a Dubai. Devo rientrare in Qatar per rinnovare permesso di soggiorno e di lavoro e quindi mi son armato di pazienza, ho fatto l’immigration a Dubai, recuperato il bagaglio, uscito dall’aeroporto (si, non esiste un collegamento diretto tra il piano arrivi e quello delle partenze), mi son beatificato dal caldo umido dei 40 gradi alle 8 della mattina e, felice come un facocero imbizzarrito, ho rifatto il check-in con la Qatar per il volo su Doha.

Step-back: con la Cami ci siamo fatti una serie di promesse e di buoni propositi per questi mesi: ovvio i miei fossero per (a) mantenermi in vita malgrado i posti “curiosi” nei quali lavoro, e (b) perdere giusto quella ventina di kili che mi conferiscono quasta immagine da procione all’ingrasso, svoltando verso l’autostrada di una vita sana, gioiosa, atletica e proteica.

Come al solito i primi giorni si esagera un po’ per poi trovare la giusta via: nella lounge di Heatrow ho sdegnosamente allontanato le offerte dello Champagne Bar, mi son ben guardato dall’avvicinarmi alla spina della London Pride (no, non è la marcia dell’orgoglio gay a Londra ma un brand di birra) e mi son avvicinato ad un riso in bianco, ad un intruglio di verdure dal look indi/hurdu e una bella acqua naturale. Le verdure hurdu dovevo lasciarle perdere. Errare humanum sed carta igenica.

Senza entrare nei dettagli ho visitato nell’ordine: il cesso della longe, quello al gate d’imbarco, i 3 cessi dell’area business del 777 e uno dell’area First, il cesso al gate di arrivo a Dubai, quello nell’area ritiro bagagli, quello del check-in e, infine, quello ultratecnologico della lounge della Qatar (vedi immagine sotto), dove sono rimasto affascinato dalle funzioni “rear clean“, “front clean” and “dryer” cui destinerò apposito, specialistico post dal titolo “ars cacandi“, piuttosto che “Ave Cesare, cacaturi te salutant“. Un po’ di sfoggio nella cultura classica conferisce ai post un’aria così deliziosamente letteraria.

Già il fatto di essere riuscito ad entrare in UAE con l’e-gate (tessera + impronte digitali) ma, esattamente 14 minuti dopo quando sono “emigrato” per prendere il volo per Doha, la mia e-gate card era scaduta, doveva farmi capire qualcosa. Il “cosa“, sotto il profilo di sfiga galattica doveva concretizzarsi solo qualche ora dopo nell’incontro con le autorità del Qatar, ma questo ve lo racconto domani.

Nota di cronaca: è morto Nathan Clark, inventore del celeberrimo polacchino in pelle che porta il suo nome. Uso le Clark’s da 39 anni e penso continuerò ad usarle per tutta la vita. Bello raccontare che quando propose nell’azienda di famiglia il modello gli diedero del pirla: caucciù dai mercati del Cairo per la suola, pellame per la tomaia e poi 4 buchi e lacci: “non ne venderai mai un cazzo di paio” gli dissero. Pare che dopo i primi 10 milioni di paia vendute (peggio fosse un disco di platino) qualcuno si accorse che fosse un genio. Se n’è andato ultranovantenne dopo aver messo la sua invenzione ai piedi del Maggio francese, dei Beatles e del Vagnotz (che nella triade mica sfigura).

20110705-081107.jpg


Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

Leave a Reply

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading