Buongiorno, caro/cara vicino/a di casa,

lei deve abitare a distanza olfattiva da dove vivo io. Non ci conosciamo ma io ho un’esperienza abbastanza vasta e prolungata dell’aglio che lei fa abbondare sulle sue cazzo di pietanze.

Sono un sincero democratico pluralista e abbuffino, ma lei travalica più e più volte i limiti della mia proverbiale pazienza e tolleranza al cui confronto Giobbe è un iscritto a Lotta Continua e gira con la storica Hazet 36 (chiave inglese, per coloro i quali non hanno vissuto gli anni di acciaio e poi quelli di piombo e manco quelli di saggina).

Cosa cazzo cucina? Delle pantegane marinate? Degli avanzi di scorie nucleari bollite nella cloaca massima? Artigli di drago risultato delle production di qualche film di Harry Potter? Timballo di zanzare? E poi, perchè si ostina a indirizzare tutti i suoi efflufi nella direzione della mia finestra della camera da letto, tanto che mi sembra di dormire in una friggitoria tunisina?

Sta roba dobbiamo risolverla perchè quando esco da casa ho i gatti che ululano dal fetore che emano, non c’è ne doccia ne lavasecco che possa per qualche giorno eliminare il tanfo immanente delle sue pietanze. Il cane sta perdendo l’appetito e mi guarda come se fosse Solgenitzin in Arcipelago Gulag.

Ma lei parla al suo colon? Pensa sia felice di subire, aggravate, le conseguenze di cotanta insana alimentazione? Lo faccia per lui!

E poi, perchè cazzo non chiude le finestre e sfrutta un minimo di cappa filtrante? Troppa tecnologia? Non c’è problema, metta un cuscino sopra la padella e poi, se le piace, se lo succhi (il cuscino, intendo – meglio specificare).

Cordialmente per un cazzo,

Il suo vicino, grosso, cattivo e incazzato nero.

La foto di oggi? Qualche mese fa’ ero al Cairo e mi ha sorpassato un trasporto carni macellate che garantiva la catena del freddo e l’igiene: a voi l’immagine e notate la coda che penzola …


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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