Non ho ancora scritto nulla sul mio viaggio in Mozambique dello scorso Dicembre: mentre ero a Maputo l’impegno lavorativo è stato decisamente denso e, al ritorno poi dal South-Africa, mi sono incasinato in mille modi differenti e questo mi ha fatto accantonare per un po’ la voglia di parlare  di questo paese.

Rimedio oggi (sempre da Doha) con un piccolo spaccato di storia e oltre un milione di morti.

La dominazione coloniale Portoghese, originata nei primi del 1500 e alternata alle scorrerie degli schiavisti arabi che in queste coste si son procurati la loro materia prima umana per oltre 300 anni, è terminata solo con le Guerre Coloniali che dal 1961 al 1974 hanno insanguinato Mozambique, Angola e Guinea.

Il ritorno del Portogallo alla democrazia con la Rivoluzione dei Garofani ha sicuramente facilitato l’uscita dalla fase bellica nel quale le truppe si scontravano con il braccio armato del FRELIMO, il Fronte per la Liberazione del Mozambique di ispirazione marxista e supportato sia da USSR che da Cuba. Il FRELIMO diventava poi, dopo gli accordi del 1974, il partito unico alla guida del Paese.

Oltre 250mila portoghesi dovettero lasciare la ex-colonia. A loro furono date 24 ore e il permesso di portare con sé non più di 20 kilogrammi di bagaglio. Le ritorsioni dei vincitori sui vinti dopo anni di dominazione sono sempre dure.

Nel 1977 un movimento anti-comunista, il RENAMO, supportato e finanziato dalla Rhodesia (non cercatela, non esiste più, oggi possiamo parlare di Zimbawe ma eè tutta un’altra storia) e pare dal South-Africa dell’apartheid, iniziò una fase di lotta armata, terminata solo nel 1992 e poi seguita da elezioni multi-partito nel 1994.

La Guerra Civile del Mozambique ha lasciato dietro di sé oltre un milione di morti, circa 5 milioni di profughi e la piaga delle mine che ancora oggi falciano arti quando non vite. Molte erano di produzione italiana.

Dal 1961 al 1992 sono passati 31 anni. quasi 12mila giorni di guerra per questo popolo. Ancora oggi, malgrado la scoperta di giacimenti minerari e riserve di gas, questa gente fa fatica. Ancora oggi ci sono larghe aree minate. Ancora oggi c’é una presenza e una diffusione di armi da guerra tra la popolazione (il kalashnikov riportato anche nella loro bandiera).

Questa gente merita un aiuto e io spero di fare del mio meglio professionale per offrirglielo.

La foto sotto l’ho scattata d’istinto nelle strade di Maputo, vedendo uno dei mercati spontanei che ovunque si incontrano in Africa: le scarpe in vendita sono spaiate, forse capirete perché …..


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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