Riyadh (Kingdom of Saudi Arabia)

Il volo BA da Londra mi ha scaricato stamani, poco prima delle 6, nel King Khalid Airport di Riyadh. La coda all’immigration è, come al solito, identica a quella che guidò Mosè fuori dall’Egitto; qui però la separazione delle acque del Mar Rosso vengono simulate dallo slalom che devo fare tra una moltitudine di bagagli e pellegrini in transito per la Mecca vestiti con i classici lenzuoli bianchi (che hanno un nome specifico: ridà il superiore e izaar l’inferiore). Ringrazio di aver chiesto il servizio “VIP”: in 6 minuti termino tutte le formalità. Fuori mi aspetta il solito suv nero blindato che fa tanto “CIA Travels”: vedo che, ancora una volta, il messaggio sull’understatement e sul “evitiamo di farci riconoscere subito” non è passato.

La strada che dall’aeroporto porta verso l’area del business district è ancora poco trafficata: i 6 milioni e mezzo di abitanti non si son ancora passati la parola per trovarsi tutti assieme in macchina per strada esattamente all’ora del mio arrivo. Il principio dell’hijab (modestia) che guida la scelta dell’abbigliamento tradizionale ha avuto un’applicazione meno rigida per quanto attiene alla scelta delle autovetture: ci sorpassano una serie di mercedes dalle cilindrate più simili a quelle di un autotreno, che inesorabilmente viaggiano a 180kmh sulla corsia d’emergenza di sinistra, lampeggiando per farti buttar fuori di traettoria e conoscendo esclusivamente l’uso dell’acceleratore. Nei listini sauditi della casa della stella a tre punte, freno e autolimitatore di velocità sono optional che non hanno mercato.

Approfitto per fare giusto quei 3 minuti di cultura e cercare di portare un po’ di chiarezza sui nomi dell’abbigliamento tradizionale di quest’area: la traduzione in arabo del termine dà un aria così cool che non ci potevo rinunciare (son pirla, I know)

Ghutrah (Arabic: غتره‎) è il classico copricapo indossato dagli uomini (quello che faceva molto “palestinese Arafat style” ai miei tempi del liceo, quando pensavamo che i ragazzi del FLP fossero dei romantici combattenti e non dei semplici terroristi). Il Ghutrah è fatto da un pezzo di tela quadrata e normalmente avvolto, incrociato e portato con vari stili. Chi non si è fatto un po’ di deserto o almeno una tempesta di sabbia ne ignora la fantastica utilità quando lo si usa per coprirsi quasi tutto il volto e gli occhi per proteggersi da sole e sabbia.
Agal (Arabic: عقال‎) è quel cordone (normalmente di colore nero) che si mette sul capo per tenere fermo il Ghutrah. Gli abitanti del Qatar lo usano con un ulteriore filo di corda nera che gli pende sulla schiena, da questo il soprannome di “Tea bags” (filtri del tea) con cui vengono appellati nella regione (una roba tipo il nostro “Vicentini magnagati“).
Thawb (Arabic: ثوب‎), chiamato anche “dishdasha” in alcuni paesi del golfo, è il classico vestito “arabo” che copre dalle spalle ai piedi con maniche lunghe. Tradizionalmente bianco, durante i rigidi mesi invernali (ironico) se ne vede qualcuno dal colore più scuro e tessuto leggermente più pesante. Ovviamente è un abbigliamento adatto all’attività sportiva agonistica (ironico, again).
Bisht (Arabic: بشت‎) è indossato solo in occasioni importanti o ufficiali: una sorta di manto di garza nera, bordata d’oro e portato sulle spalle. Fa molto figo e normalmente viene usata solo da chi ha un reddito dodicimilaquattrocentosettantadue volte maggiore del vostro.
L’Abayah (Arabic: عباية‎) è il vestito femminile. Di colore nero (anche se di recente si è visto apparire qualcos’altro, ma sono ancora eccezzioni) copre tutto il corpo, dalla testa ai piedi. Specialmente a Dubai se ne vedono con i bordi delle maniche decorati in modo più lezzoso o addirittura con brillantini stile Swarosky.

Si narrano leggende su come sia l’abbigliamento sotto l’abayah: di recente una collega è stata invitata ad un matrimonio, dove si applica una rigida divisione anche nella festa, tra uomini e donne. La festa delle donne dove lei ha partecipato era contraddistinta da abiti audacissimi con spacchi e scollature vertiginose, il tutto montato su tacchi a spillo dai 10cm in sù: al segnale del rientro dello sposo e degli altri commensali maschi si è operata una trasformazione oscurantista immediata e via … tutte nuovamente in nero a copertura totale delle loro grazie. Quando, nel 2003-2005, volavo spesso sulla tratta Zurigo-Riyadh, mi sembrava che durante il volo cambiassero i passeggeri: vicino a Zurigo tutte le donne erano per buona parte agressive fashon victims, mentre in prossimità di Riyadh il nero censorio regnava sovrano.

Se avete però delle fantasie sulla sensualità delle donne arabe, tenetevele (le fantasie, non le donne). Le popolazioni della regione non vedono volentieri che voi usciate con ragazze locali: per favore notate che il “non vedono volentieri” qui si traduce con un termine che è il nostro “lapidazione”. Tenete a freno il tostosterone e dedicatevi alla filosofia contemplativa quindi: alzate il calice colmo di Saudi Champagne (perrier + menta + un po’ di sciroppo di limone) e immergetevi nella lettura di Jacopone Da Todi, che la sapeva lunga (“O Segnor, per cortesia, manname la malsania“).

A Riyadh, tutte le donne locali “scelgono” (sarcastico) di coprirsi il capo e il volto col niqāb (che lascia scoperto solo gli occhi). Ho intenzione di scrivere qualcosa sugli occhi e sulle varie maschere di questa regione, quindi mi tengo in canna il migliaio parole che potrei snocciolare qui adesso sull’argomento.

Concludo la carellata col Kameez o Kurta Salwar è l’abbigliamento “unisex” indossato normalmente da Indiani e Pakistani che lavorano nella zona del Golfo. Praticamente sono dei pantaloni con sopra una casacca che scende fin sopra le ginocchia.

Penso di aver già pubblicato la foto di Riyadh che vedete sotto, scattata una mattina presto dalla Kingdom Tower: è una foto che mi piace malgrado sia tecnicamente un po’ imperfetta (si nota anche il riflesso del vetro della finestra). Riyadh è così come la vedete. Rimango qualche giorno da queste parti e nelle provincie dell’Est: vedrò di raccontarvi ancora qualcosa.

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