Lascio Riyadh e volo a London: bello shock anafilattico, credetemi. L’amichevole voce che con tono acido mi ha svegliato “It’s 4:30 sir, this is your wake-up call” poteva anche essere tradotta con “muovi il culone lardoso, tempo di migrare“. Il check-in della British è accanto a quello di un volo diretto a Karachi (Pakistan, per chi non è abbonato al National Geographic) e intravedo nella coda apocalittica passeggeri che imbarcano lavatrici, quarti di cammello congelati, divani e bidoni di dixan riempiti di datteri.

Ho una mia personale classifica delle procedure di sicurezza dei vari aeroporti che ho visitato (recentemente ho fatto due conti, scoprendo di essere stato nel 68% dei paesi riconosciuti dall’ONU): quello di Riyadh occupa gli ultimi posti insieme ad alcuni dell’Asia Centrale e dell’Africa. Il mio bagaglio a mano transita sotto lo scanner mentre si alternano gli addetti, senza interrompere il movimento del nastro e il contenuto passa nella totale indifferenza. Vado io sotto il gate e suono come la fine di una messa a San Pietro: indico al poliziotto l’orologio e la cintura e vengo sottoposto ad una perquisizione cosí sommaria che manco un sarto sarebbe cosí superficiale. Avrei potuto tranquillamente indossare sulla schiena un kalashnikow che sarebbe passato senza problemi.

C’è stato qualche tempo (nel 2004), dove vivevo a Dubai e lavoravo per una decina di giorni al mese a Bangalore, in India. Dopo un paio di esperienze negative con Air India su una improvabile tratta Dubai > Mumbai (occhio alla pronuncia qui) > Hyderabad > Goa > Bangalore fatta durante la stagione dei monsoni e che mi ha fatto diventare uno specialista di volo acrobatico con vomito, spinto dai suggerimenti di un ex-collega (cazzone, per vari motivi), mi son lanciato sulla tratta Sharja > Bangalore con Indian Airways.

“Usano solo Airbus della serie 300” mi diceva, mentre mi era capitato precedentemente di volare anche su qualche Tupolev (il Tu154 detiene l’invidiabile statistica del più alto numero di incidenti mai registrati in un velivolo: mi sembra siano precipitati il 27% degli esemplari prodotti, complice anche una manutenzione approssimativa e le estreme condizioni climatiche delle aree di impiego). Ancora fiducioso nell’umanità, mi ero diretto all’aeroporto di Sharjia, emirato confinante con Dubai ma dove le interpretazioni lascive della vita occidentalizzata lasciano il passo ad un concetto più “contenuto” (no donne, no alchool, no carne di porco e no rompimenti di cazzo con musica rock please).

Penso di essere stato il primo occidentale a varcare la soglia dopo Laurence D’Arabia: lo spettacolo dell’area check-in mi offriva l’idea dell’apertura del Settimo Sigillo dell’Apocalisse (by the way, se non avete mai visto il film omonimo siete scomunicati: è imperdibile), dove l’umanità si preoccupava di tragettare verso l’eternità, sotto la guida di angeli con le spade fiammeggianti simboleggiati da poliziotti con cellulari e sigaretta in mano. Qualche secondo di silenzio congelò almeno 800 persone al mio ingresso: mi osservavano come se fossi un cammello albino con le mesh platino e un fiocco azzurro sulla coda. Mi ricordo ancora che l’addetto all’immigration chiamò tutti i suoi colleghi, poi amici e parenti per guardare il mio passaporto coperto e violentato con i timbri di ingresso nei paesi che stimolavano la loro accesa fantasia. La maggior parte dei voli era diretta verso l’Iran o paesi dell’Asia centrale (Tagikistan, Kirgikistan, Mongolia, Kazakhstan) e talvolta imbarcavano torpedoni interi di prostitute (“sex-workers” nel linguaggio un po’ ipocrita di Dubai) che passavano un paio di settimane in quarantena prima di riottenere un visto di pratica nella regione.

La cosa più bella è stata però imbarcarmi: il declamato “Airbus” aveva un paio di operai che saldavano il portellone, Pezzi dell’arredo interno erano sostenuti a base di filo di ferro e nastro adesivo. La schermatura delle luci di cabina era affidata ad un cartone dell’imballaggio di banane. Le tende che separavano quella che vogliamo definire “first class” dall’area di trasporto cargo, dove beste, animali, uomini e imballi giacevano in ordine sparso, erano praticamente della inferiate di contenimento in acciao antisommossa.

Il brief di sicurezza è stato inesistente e, mentre sedevo in un untissimo 2A, venivo dotato di bicchiere stracolmo di whisky indiano (si, oltre alla Kingfisher – vedi post “Ho mangiato veramente male” – in India distillano anche liquori): la mia sorpresa replica all’assistente di volo “Ma io non ho ordinato whisky e questa dose mi potrebbe uccidere, non bevo superalcoolici”, otteneva in risposta “Serve per farsi coraggio durante il volo”. Conservo ancora come reliquia quella carta di imbarco.

Cazzo, bella divagazione stavolta: sto diventando il prototipo del nonno rincoglionito che racconta storie ai nipoti che se la ridono chiamandoti “Alzy” (da Alzheimer). Riprendiamo il filo: imbarcato sul BA262, dopo 4 giorni di donne in abaya e nihqa, l’hostess che mi serve un bicchier d’acqua viene accolta dal mio sguardo estasiato e dal sonoro “crack” della mascella che si spalanca in caduta ad imperitura ammirazione del sesso femminile. Stiamo parlando di un’hostess della British Airways e solo chi viaggia spesso può capire quanto male ti concia l’Arabia Saudita su questo argomento.

Ad majora canamus, guys! Oggi son giù di forma sotto il punto di vista fotografico (mi son portato dietro la mini-Leica in questa trasferta ma non ho scattato manco un’immagine a parte qualcosa al volo con l’iPhone). Vi faccio vedere però una fortunata inquadratura del 2008 nelle Fiji Islands: una delle poche volte che non ero dentro l’aereo.

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “04:30am wake-up call

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