I Diari Della Motocicletta

Rientrato a casa, riprendo il corso più o meno normale del quotidiano: la mattina pascolo Beria (non vi ammorbo più gli acini su questo, leggete “Non cagarsi sulla coda” e gli altri post sul rapporto col mio cane) e poi, intorno alle 6:30 vado in palestra (a breve mi soffermerò su un po’ di gym-storie).

Stamani, complice qualche giorno di guida saudita, ho imboccato una deviazione in stile rally e per poco un motociclista mi si stampava sul parabrezza come un calabrone. A onor del vero lui la curva l’ha tagliata un po’ troppo, comunque abbiamo entrambi rallentato in sicurezza, e ci siamo augurati una buona giornata: “Coglione, cazzo pensi, sia tua la strada?” mi ha chiesto, animato da nostrana curiosità. Ho dovuto precisare “No, è di tua madre che lavora qui la sera, vedo ancora tracce dei suoi copertoni bruciati”. E’ bello intrattenere rapporti sociali così amicali.

Il fortuito incontro mi ha ricordato che possiedo due moto che giacciono inutilizzate in garage da oltre 6 mesi e che dovrei, come gesto di clemenza (oltre al pagare l’assicurazione, i tagliandi, le revisioni, etc.) almeno un paio di volte al mese farci un giro o prendere la drastica decisione di alienare il patrimonio e investire in qualcosa di più fondamentale (tipo un obiettivo della Leica?). Sono un motociclista (vero, non il tipo “light” che guida gli scooter), motociclista da una vita, e mi sembra giusto condividere qualche pagina del mio personale “I Diari Della Motocicletta“.

Qui, ovvio, il plagio è voluto. “Latinoamericana“, il libro che ha dato poi origine al bel film “I Diari Della Motocicletta” (2004) è una stupenda cronaca, scritta da Ernesto Che Guevara sul viaggio di 6 mesi, compiuto nel 1951 da Ernesto e Alberto Granado, a bordo di una moto (Norton 500, la “Poderosa”). Chi pensava che il Che fosse uno stilista di successo con la mania di brendizzare magliette con la sua effigie è pregato di uscire dal blog e iscriversi sulla chat “Facoceri Solitari” dove sicuramente troverà l’anima gemella e un ambiente politicamente più consono. Banale che vi suggerisca sia il libro (Feltrinelli) sia il film, e occhio che se vi becco vi interrogo su quando si dice “Il piano: percorrere 8000 km in 4 mesi. Metodo: l’improvvisazione“.

La maggior parte delle mie scorazzate sono a corto raggio: i classici percorsi sul Penice, sulle colline del Piacentino e sulle Alpi Liguri. Quando sono in giro col Mauro, siamo diventati noti tra tutti gli agritur della zona, che basano il loro introito mensile sui piatti di affettati e sui litri di vino che riusciamo a macinare. Quando invece è la giornata giusta ci si diverte con una guida più frizzante con il risultato di arricchire notevolmente tutti i comuni lungo il percorso con tangibili oboli e abbandonare alla mercè delle forze dell’ordine i punti delle nostre patenti. Famoso un giro che ci ha portato attraverso un paio di passi in Liguria e (altri 3 passi) ritorno a casa: in 6 abbiamo “donato” 2.800 euro di multe e 26 punti della patente. Questo è il vero motore dell’economia comunale.

Uno dei più bei viaggi che abbia fatto, rimane però un giro dell’Irlanda: 20 anni fà. Son partito da Milano con Michele (compagno di militare) e Bruna (moglie o futura moglie, non mi ricordo): io su un K100 che ci permetteva una buona andatura e Michelone su una fun-bike Gilera (immaginatevi un po’ i moderni motard). Io non sono un fuscello, ma Michele è un ex-culturista che ama la buona tavola: pensate ad un parallelepipedo a base quadrata di muscoli (l’immagine più simile è quella del monolito delle prime scene di “2001 Odissea Nello Spazio“).

Quello che mi aveva lasciato un po’ perplesso, era stata la sua scelta di indossare una giacca fuxia (si, rosa acceso) che (non gliel’ho mai detto, ma è l’ora della verità) gli dava una connotazione deliziosamente gay. Su di lui, foggiano da 32 generazioni, orgoglioso eterosessuale, stava come una pelliccia leopardata e abbigliamento in latex nero sul Papa. Questo è un esempio, non una bestemmia, quindi evitate la scomunica e rendetevi conto del contrasto. Mi ricordo ancora che quando ci disse “Mi piace proprio questa giacca” io avevo convulsioni da lacrime per il riso trattenuto. La cosa più bella è che aggiunse “E se fa freddo mi metto sopra la tuta antipioggia, al massimo sudo un po’ ai semafori“.

Sbarcati nei pressi di Cork in Irlanda, dopo aver fatto un paio di tappe in giro per la Francia, venivamo accolti dal piacevole clima dell’isola: piove 36 volte al giorno e, quando guidi la moto, questo provoca un forte abbassamento della temperatura corporea. Ci fermammo in un locale store di abbigliamento per pecorari dove Michele acquistò 2 pastrani e 3 sciarpe di tweed così ispido che sembrava filo spinato. Tutte le mattine indossava, sopra la splendida giacca fuxia, i due pastrani, le sciarpe e a sigillatura finale, la tuta antipioggia che era talmente tirata e tesa che sembrava l’avessero avvolto con la pellicola domopack. Non chiedetemi se così la sua mobilità fosse stata compromessa: saliva in moto con gli stessi argani usati per posizionare sui destrieri i cavalieri medioevali nelle loro armature tipo carne in lattina.

Il viaggio è stato spettacolare ed emozionante: l’Irlanda è un paese favoloso, sia per i suoi abitanti che per i paesaggi e colori mozzafiato. Le loro birre rappresentano quanto di meglio San Tommaso D’Acquino potesse trovare per dimostrare l’esistenza di Dio. Chiudemmo il giro alla grande: 20 giorni dopo, a nord di Belfast, un automobilista centrò me e Bruna: ce la siamo cavata senza danni fisici ma con un volo in aria di oltre 12 metri. Ho sempre portato casco integrale e abbigliamento di protezione: quella volta ha salvato le nostre vite.

Vi offro due immagini sull’argomento: una Harley della Polizia di San Francisco fotografata nel 2009 e uno strano triciclo che prometteva emozionanti giri (poi certificati) vicino a Salamanca Sq. (Hobart, Tasmania), scatto di qualche settimana fà.

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