Oggi lavoro da casa, visto che sono nuovamente in viaggio tutta la prossima settimana e un minimo di “home feeling” è gradito, oltre ad avere alcune priorità: mi consegnano la partita di birra “Tenute Collesi” e quindi sono contento come un’ape che scopre un campo di fiori.

Pura leggenda che sia una giornata più easy, scoprirò poi intorno alle 19:30 che son stato seduto davanti al computer con le cuffiette (non rock, conference calls purtroppo) per circa 12 ore consecutive: giornata dionisiaca, ce la si spassa di brutto, eh? Unico benefit è quello di lavorare in pantaloncini corti.

Il momento migliore della giornata è stato quando ho preparato una panzanella mentre ero al telefono con l’amico Ziv, collega ebreo ortodosso che vive nei dintorni di Tel Aviv, e alla sua domanda “How’r are you doing Mau?”, la mia risposta “I’m chopping onions” è stata presa come una velata allusione, in slang newyorkese, alla mia profonda costernazione per qualche accadimento professionale. Sgombrato il campo dall’equivoco, ho continuato lavando i pomodori mentre commentavamo le nuove disposizioni in ambito di employment-law del Kazakhstan e cercando il basilico in frigo mentre disputavamo del processo approvativo per creare una nuova società in Ukraine. Uno spasso: la panzanella non è riuscita bene, chiedetevi il perchè.

Inciso per i non-toscani: la “panzanella” (scientifico panis raffermus tagliatus pomodorisque et cipolla basilicus) è una sorta di insalata di pane bagnato e pomodoro. Io che son creativo ci aggiungo anche cipolla, basilico e tonno. Tenetela un po’ in frigo prima di abbuffarvi.

Tornando a Ziv, lui è un vero gentiluomo: ogni tanto lo prendo per il culo per la sua ortodossia ma lui mi perdona sapendo che poi io brucerò tra le fiamme dell’inferno in eterno, mentre lui sarà nel kibbuz dei cieli a spassarsela mentre legge la thorà a fumetti. Rock me, rabbi!

Sono stato un paio di volte in Israele, implorando che non mi timbrassero il passaporto per non inibirmi poi l’ingresso in qualsiasi paese arabo: forse ho fatto una pirlata e avrei dovuto approfittarne per poi invocare la circoncisione come legittimo impedimento e piantarla di scorazzare in giro per il Medio Oriente come sto facendo da oltre 13 anni e farò anche la prossima settimana.

Il primo giro mi ha portato, nel 1979 (alcuni di voi manco erano nati, cazzo), a visitare Gerusalemme e a toccare il Muro del Pianto. Sono poi risalito lungo la costa per tagliare nell’interno e raggiungere Tiberiade, con il suo omonimo lago dove volevo che qualcuno mi facesse fare sci d’acqua per urlare la battuta “anche io cammino sulle acque, easy!”. Ho scorazzato un po’ nel Golan al periodo nel quale Hezbollah si divertiva a lanciare razzi sulle colonie e il Tsahal rispondeva a tono: una volta l’esercito israeliano aveva un mito di invincibilità prima che lo lanciassero tempo fà in un’operazione mal preparata di invasione del Libano.

Sono sceso nuovamente a Gerusalemme e ho tagliato verso la Giordania per seguire la costa del Mar Morto. Mi son fermato per un (tentativo) di bagno con il grado di salinità dell’acqua che ti fa galleggiare come un pirla e poi ho ammirato le croste di sale che si vuol pensare fossero Sodoma e Gomorra, due antiche Las Vegas dove la gente se la spassava alla grande finchè il loro dio si è incazzato di brutto e li ha sfrattati tutti. Ancora pochi chilometri e mi son trovato difronte alla rocca di Masada.

Il mito di Masada mi aveva sempre affascinato: lì i Romani ci avevano battuto le corna per un po’ di tempo in un assedio improduttivo. Quando decisero di ricorrere alla costruzione di un piano inclinato per raggiungere la rocca e attaccare le mura, dice la leggenda, ci rimasero male: la lora intenzione era qualla di dare una bella ripassata a tutti gli abitanti che si erano opposti al dominio imperiale, ma ci rimasero con un palmo di naso. Si erano tutti suicidati. Minchia, quelle si che erano guerre tra gente che si prendeva sul serio.

Son salito fino in cima, la vista da lassù è solo deserto, a perdita d’occhio. Gente di principio sia i Romani sia i Sicari-Zealoti che son stati lassù per qualche anno: al di là del dramma, che palle! Scendendo dalla rocca ho avuto una mia uscita sarcastica con la pattuglia dell’esercito Israeliano: bad move, big mistake. Ho passato 4 ore buone dissociato dal mio passaporto mentre Lilia e Sergio (due cari amici che oggi non ci sono più) stavano negoziando un mio rilascio.

Oggi son giù di forma fotograficamente parlando e le immagini del giro in Israele sono sulla mitica pellicola Kodakchrome 25 che oggi non esiste più. Vi faccio vedere dove ho passato la giornata (e osservate la boccia di Alter pronta alla bisogna).

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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