Ammaino la cravatta in segno di resa

Oggi che fosse una giornata in salita l’avevo già capito. Guardando la mia agenda sembrava di essere nelle fasi conclusive delle battaglie navali che giocavamo in un’era nella quale i videogames, psp, wiifii o altre cazzo di diavolerie non esistevano: una devastazione di caselle occupate e affondate del mio tempo. La giornata non era in salita, era di più: fai che al confronto la mitica scalata sulla parete nord dell’Eiger è stata una merenda al Parco Forlanini.

Una piccola divagazione culturale qui si impone, non fatevi subito bollire i testicoli: la parete Nord dell’Eiger – massiccio delle Alpi Bernesi – è stata negli anni trenta una sorta di problema insormontabile per l’alpinismo. La sua esposizione la rendeva estremamente pericolosa per la presenza di ghiacci e per i facili distacchi di pietre e frane.

Più che rompercisi le corna, una serie di ardimentosi ci lasciarono la pelle. Solo nel 1938, dopo una notevole serie di incidenti la vetta fu conquistata, ma anche i tentativi di ripetizione nel 1947, nel 1950 e soprattutto nel 1957 furono caratterizzati da un buon numero di decessi. L’Eiger è un mito per chiunque si imbraghi anche solo una volta per affrontare una palestra artificiale di roccia: ci hanno fatto molti libri e qualche film. Lanciatevi in corda doppia su wiki e leggetevi le cronache dettagliate, meritano, per capire quanto noi umani siamo cocciuti.

Torniamo alla mia giornata: sto cazzo di sistema per il quale tutti i colleghi vedono il tuo calendario e, in modo totalmente arbitrario, sbattendosene le palle a due mani della tua programmazione, ti infilano conference-calls a raffica peggio di un caricatore di kalashnikov è deleterio. Oggi manco avevo le pause fisiologiche e a momenti mi prendevo un paio di pappagali. Spiritosi, si, i “canarini” non bastano: umorismo di merda il vostro. Senza soluzione di continuità avevo il 101% del tempo occupato senza il minimo spazio per alcun imprevisto.

Alle 11 avevo già accumulato 17 minuti di ritardo sul piano e il “communicator” (sorta di internet chatting aziendale) dava sul rosso profondo per i messaggi di sollecito. Alle 13:30 la tabella ritardi sembrava quella della Stazione Centrale di Milano, quando si è annunciato uno sciopero il giorno stesso dell’esodo estivo per le ferie: un massacro. Alle 15:15 getto la spugna e colgo l’occasione per un break che mi propone la Barbara: brino il computer (che è come dire “to freeze” in inglese, ovvio) e la raggiungo nell’intimità delle macchinette caffè e junk-food a piano terra. Praticamente come essere da Maxime a Parigi a ordinare ostriche e bere Chablis, ovvio.

Barbara parla inglese da madrelingua e ogni tanto la uso come interprete personale: scambio due impressioni sui 7 minuti di Jersey Shore che ho visto ieri su MTV, per chiederle se l’assenza totale di altre parole oltre a “fucking”, ripetuto circa 500 volte al minuto da tutti i truzzi personaggi, sia colpa di una mia disattenzione o effettivamente il dialogo sia un po’ povero. Sentire che lei, signorina bella, distinta ed elegante, si è vista integralmente tutte le 3 serie mi lascia stupefatto: ognuno ha i suoi segreti più intimi, lo ammetto. Lungi da me il rivelarli, come vedete.

La fase più interessante è quando mi rendo conto di non aver mangiato nulla da stamani (in palestra si erano bruciate le brioches, quando uno dice che il lunedì comincia alla grande): dalla magica macchinetta estraggo un kit-kat al cioccolato bianco, puntando più all’immediatezza di un apporto calorico che al mangiar sano ed equilibrato. Facendo il galante spezzo a metà la mia unica fonte di sostentamento e la appoggio su un fazzoletto di carta sul tavolo, pronunciando un falsissimo “ne vuoi mica un assaggio, eh?“. Nell’immaginario collettivo le signorine si nutrono solo di insalate scondite, nessun rischio quindi.

La velocità con la quale Barbara lo assorbe senza manco deglutire è un’affronto alla biologia: penso si sia trattato di osmosi ottica, non potrebbe aver avuto il tempo di muovere la mano e portare il cioccolato alla bocca senza creare un paradosso spazio-temporale e far sprofondare la sala in un buco nero. Al mio sorpeso “Cazzo, non ti piace per niente il cioccolato” mi ha risposto con un disarmente “I was needing sugar, I did not have any break today” che mi ha impedito di fulminarla.

Ritorno alle call e il mio capo mi placca mentre sto tentando di approntare il bagno e dare sollievo ad una vescica ormai prossima alle 18 atmosfere. Ovviamente, grazie al meeting con lui non pianificato, arrivo in ulteriore ritardo clamoroso nella riunione, per scusarmi, ammaino la cravatta a mezz’asta in segno di resa a eventi superiori alla mia capacità organizzativa.

La collega di Denver al telefono ritiene che sia priorità dell’umanità parlarmi per un’ora in modo riservato. Le spiego che ho un minimo di vita privata e che anche il cane sta divorziando da me (“crudeltà mentale per sveglie mattutine” si legge nell’istanza depositata) e che quindi la sua telefonata alle 22 di stasera se la può tenere. Negoziamo per le 21:30 di domani sera, quando, fresco come una panna cotta lasciata al sole d’Agosto scenderò dall’aereo a Bruxelles, con in testa il desiderio di una pinta di Leffe.

Rantolo verso casa e ignoro 4 telefonate (mia madre, il commercialista, la madre del commercialista e il commercialista di mia madre): c’è un limite a tutto. L’agenda continua ad implorare attenzione con allarmi ripetuti finchè, intorno a mezzanotte, non la colpisco con una scarica di lupara. Era solo Lunedì, cazzo.

Oggi non so proprio che immagine aggiungere: il tasto “9” sul sistema di conference call che uso ti fa accedere al menù e quindi ti offre una serie di opzioni. In Marzo, a Sydney, stavo camminando per il quartiere di Chattswood quando l’insegna di un palazzo ha catturato la mia attenzione …

2 commenti

  1. Hai rivelato a tutti i miei vizi (il cioccolato e la trash tv) but you still made me look good 🙂 keep it up!!

    1. Well, you ARE good, you know it! :). Will keep writing ‘bout you for sure, stay tuned.

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