Beria mi costerà un occhio in fatture di un analista (canino): le sveglie che le impongo quotidianamente la mattina intorno alle 5:15 le stanno mettendo un po’ di ansia. Stamani mi guardava veramente perplessa, puntando il bagno invece che la porta di casa, sembrava mi dicesse “ok, se proprio devo, la faccio nel cesso. Basta che poi mi fai dormire. Cazzo di umano mattiniero mi doveva capitare“.

Preso da un momento di tenerezza nei confronti della mia cagnona, le ho promesso che, in caso di mio nuovo trasferimento a Dubai, la porterò, comprandole un tapis roulant in aria condizionata siberiana con davanti un video al plasma sul quale scorrono immagini di boschi e montagne. Se potesse parlare mi direbbe di smettere di usare droghe pesanti al posto dei cereali la mattina.

Stamani l’ho poi graziata e sono uscito intorno alle 7:00, coinvolgendola in una camminata di un’oretta con amici, dove, ha ammesso, se l’he spassata alla grande. Alessandra e Giuseppe (i “compagni di camminata“) sono entrambi un po’ freddolosi e la temperatura mattutina di soli 18 gradi li ha visti in pantaloni lunghi, felpa, giacca a vento, parka, colbacco e scaldamani. Ho chiesto, con un lieve sarcasmo, se dovevo procurare a Giuseppe quelle coperture termiche che si usano per scaldare le gomme alle vetture: mi ha risposto “Perchè no” e sono indeciso se fosse o meno realmente ironico.

Alle 10 avevo in programma una videoconference (via Sype) con Jane, cara amica che vive a Sydney dove la Cami passerà qualche giorno di acclimatamento prima di cominciare l’anno scolastico Australiano che l’aspetta. Sono dovuto andare a recuperare l’amemba che aveva dormito a casa di un’amica la sera prima. “Ameba” è riferito alla Cami, che ha fatto uno sfrozo sovrumano per incitare il suo elettroencefalogramma a reazioni durante i 20 minuti di chiacchierata in inglese, per poi crollare in un sonno ristoratore che è durato praticamente fino alle 5 di pomeriggio con rari momenti di veglia per alimentarsi. Seratina agressive per la teenager, mi sembra di percepire.

Mia madre si è palesata per pranzo: le voglio bene ed è un vero piacere discutere con lei, visto che ha una flessibilità pari a quella di Pol-Pot. Quando si mette in testa qualcosa è, teneramente, più coerente della Dinamo Mosca (Динамо Москва): non intendo la squadra di calcio, ma lo storico dopolavoro dei ferrovieri sovietici della capitale. Noti per la loro ortodossia, fornivano i macchinisti per la transiberiana, e uno deve essere un grande coerente per guidare un treno per i 9,288 kilometri di lunghezza: è praticamente un rettilineo d’acciaio.

Versiamoci un gotto di cultura qui. I lavori della Ferrovia Transiberiana sono cominciati a Vladivostok nel 1891 e, 10 anni dopo, nel 1901, terminò la posa dei binari. La media di costruzione in quel decennio fù impressionante: 740 km all’anno. La decisione del percorso modificò, ovviamente, anche il tessuto socio-economico dell’area. Tomsk, una volta la più grande città siberiana (da cui viene anche Anja, una cara amica un po’ sbalestrata), fu tagliata fuori da decisioni ingegneristiche sulla costruzione di alcuni ponti e, in pochi anni, fu superata dalla nascita e veloce consolidamento di Novosibirsk, ancora oggi terza città più grande della Russia.

Furono impiegnati 90mila uomini, la maggior parte dei quali erano condannati ai lavori forzati. Chi non si è mai fatto qualche gitarella in Siberia durante l’inverno può chiedere quanti ne morirono: chi invece ha provato il vento e le temperature che riescono a raggiungere i -60°c, questa domanda non la fa e capisce subito che è stato un massacro.

Fino al 1905 i treni durante l’estate si fermavano davanti al lago Baikal (posto spettacolare che voglio assolutamente visitare), mentre durante l’invero i binari venivano tranquillamente posati sul ghiaccio: basti questo a dirvi quanto freddo troio fa.

Tornando alla mia giornata di ordinaria follia (grandissimo film), il caldo della giornata ha frustrato i programmi di un giro in bici e quindi mi sono immedesimato nello sportivo-tipico italiano buttando un occhio alla tappa del giro d’Italia che passava sul Passo Fedaia, su fino alla Marmolada. Posti che conosco sin da bambino e che ho girato con ogni mezzo: auto, autobus, autostop, moto, piedi, bicicletta, sci: le Dolomiti son così belle che vale la pena di godersele in ogni modo e durante ogni stagione.

Vedere ‘sti ragazzi, dopo ore di corsa, scattare in piedi sui pedali su salite con il 15% di pendenza è pazzesco. Il dislivello totale della tappa è di oltre 5,500 metri. Per partecipare al loro sforzo mi son aperto una buona bottiglia di Fiat Lux del Birrificio Tenute Collesi e mi son sentito in pace con l’umanità mentre i corridori iniziavano la salita al Gardeccia.

Il resto della giornata si conclude con l’improba lotta contro mezzo metro di corrispondenza che si è accumulata in queste ultime settimane: la paper-mail mi mette addosso lo stesso fastidio del mitico Montalbano costretto alla burocrazia del suo lavoro di commissario.

Bella sfida trovare un’immagine per la prolissa sbrodolata del post di oggi: ieri sera Benedetto ironizzava sul fatto che io appaio in paesi dove subito dopo capita qualcosa, ipotizzando che io lavori per qualche servizio segreto più che per una società di consulenza. Ha aggiunto “E per fortuna che non sei stato al Cairo negli ultimi mesi, altrimenti la mia tesi diventa certezza“.

Vi metto qui una foto che ho scattato vicino a Tahrir Square, teatro principale delle proteste Egiziane (al Cairo, ovviamente): un venditore di pane è nel mezzo del traffico più troio, che contribuisce ovviamente ad insaporire l’alimento attraverso i gas di scarico densi come ghisa fusa. Per onestà intellettuale vi dico che è antecedente ai casini scoppiati, alla cacciata di Mubarak e alla presa del potere da parte dell’esercito. Ma non di tanto. Non chiedete nulla, tanto mi appello al V emendamento.

Nota (di orgoglio) della redazione: WordPress seleziona alcuni blog che poi pubblica su canali specialistici. Sul canale “Europa” c’è VitaVissuta, unico blog italiano tra i primi 20. Che debba cambiar lavoro è quasi certo, sul cosa fare in futuro potrei invece dibattere ….

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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