Da sano materialista dialettico, rifiuto qualsiasi affermazione tendente a confermare un disegno preordinato o un destino segnato: con la ragionata eccezzione di una, comunque sfumata, credenza nella sfiga. Vi faccio un esempio: stamani mi son svegliato intorno alle …. Bah …. Mi son svegliato in un “letto”, su un volo British Airways, a 12mila metri di quota, facciamo che fossero le 7:30 del luogo di partenza e le 4:30 del luogo di arrivo. Il fatto che, alzandomi, io trovi tutti i cessi dell’aereo occupati contemporaneamente non è il risultato di una simbiosi fisiologica collettiva, ma è sfiga.

Nella scorsa settimana sembrava che chiunque io conoscessi in Russia volesse parlarmi: coincidenza, casualitá o piano preordinato? Ha cominciato Zhenia con un bel problema, poi Ivieta e Anri, con casini diversi, poi Sasha che cerca lavoro, Ola che vuol partecipare in un programma globale, dove scopro essere io il tutor a mia insaputa, insomma, una serie di “Привет” (ciao) che non finiva più.

Ho frequentato Mosca in un arco temporale di tre anni, e per 18 mesi ci ho vissuto stabilmente, rientrando talvolta i weekend a casa. La cosa buffa di quando tornavo a Milano durante i mesi invernali è che, abituato a temperature che scendevano tranquillamente a -37 gradi, quando pascolavo Beria (il mio cane, per i neofiti del blog) lo facevo in maglietta e pantaloni corti. Nella neve.

Sono passato dal distacco professionale alla stima e all’affetto per una cultura diversa, ma che sofferenza e dignità hanno portato alle complesse e contrastanti dinamiche odierne. Mi riferisco al fatto che, dati precedenti alla GFC (Crisi Finanziaria del 2008), il 18% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e, contemporaneamente, Mosca aveva la maggior densità di miliardari di qualsiasi altro posto al mondo.

Non entro in temi politici, ma il concetto di “democrazia” risente ancora un filino della pianificazione centralizzata antecedente allo sbriciolamento del CCCP. Solo il Berlusca può definire Putin un grande anticomunista, dimenticando il suo ruolo alla guida del KGB, i modi sbrigativi per dirimere sia le questioni internazionali (vedi la Georgia), e la critica interna (la Russia detiene il record di giornalisti assassinati, in testa a tutti la Politkovskaya). Lungi da me affermare una responsabilità diretta, ma, forse alcuni ricordano quando il nostro beneamato Presidente del Consiglio, infastidito per una domanda fatta da una giornalista russa all’amico Putin, fece il gesto di mitragliarla. La poveretta, conscia di cose che noi vogliamo non sentire, si mise a piangere. Ubi pirla, minor cessat: non è proprio cosí il detto, ma avete capito che intendo dire.

Ho studiato la storia, la letteratura, la geografia e l’economia della Russia: quando vengo assegnato da qualche parte per un ruolo “ufficiale” ho la mania di prepararmi un filino. Ho studiato un po’ anche le lingua, quel sufficiente per riuscire serenamente a litigare con un tassista Uzbeko in Kazhakistan (fatto vero, successo ad Almaty la scorsa primavera). Non ho studiato le loro bevande. Un bicchiere di vodka eccellente mi offre uno spettacolare mal di testa il giorno successivo, quantitativi maggiori o di qualità inferiore riescono ad uccidermi.

Ho sopratutto concentrato la mia attenzione sul periodo che va dalla nomina di Gorbachev alla guida del Soviet Supremo (cazzo, sembra di parlare di storia antica, mentre sono solo tre decine d’anni fà), rimanendo affascinato da glasnost e perestroica, una delle operazioni di svecchiamento politico culturale che hanno piú impattato la nostra vita contemporanea.

Ho anche capito la nascita degli imperi oligarchici sotto Elzin (più incline alle bevute che al governo), ma ripeto, il fascino per il cambiamento epocale guidato da Gorbachev è sempre stato motivo di interesse. Ho in qualche modo seguito poi le avverse fortune di questo leader, costretto a fare pubblicitá alla MacDonalds (grandioso il suo commercial in un ristorante sulla Piazza Rossa, cercatelo su YouTube) per pagare le cure a sua moglie, ammalata di cancro, alla sua attività di conferenziere, dove chiedeva che il cachet fosse diviso anche con le persone che lo accompagnavano. Insomma, l’impressione che me ne son fatta è che fosse un “bravo cristo“.

Nel 2009 stavo rientrando da Chicago a Francoforte dopo un paio di settimane di meetings a Washington e San Francisco. Chicago è una città nella quale sono stato forse 200 volte e non cessa mai di piacermi, dovrò dedicarle qualche parola prima o poi. Lufthansa, in riconoscimento delle vagonate di soldi pagati per il mio volare, mi aveva fatto un upgrade in First, sull’upper deck del loro 747.

Al gate c’è stato un momento di “increased security“, con un paio di poliziotti che scortavano degli ospiti. Salgo a bordo, mi siedo, si gradisco eccome un flute di frizzantino e continuo a leggere un Camilleri fresco-fresco che mi ero tenuton per il volo di ritorno. La coppia anziana seduta nella fila davanti (sono solo 4 file in questa configurazione) parlava in russo e, coglievo solo poche parole ma la dizione era eccellente: gente che ha studiato, ho pensato.

L’uomo si è alzato e si è voltato verso di me. Una voglia sulla fronte. Ero seduto a due metri da Michail Gorbachev, ultimo presidente del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. No, non sono caduto in ginocchio cantando l’internazionale, ma l’intenzione era quella.

Chi ogni tanto gira con me sa che sono refrattario all’entusiasmo che dovrebbe scature dall’essere vicino ad un personaggio. Famosa la volta che a Parigi mi son seduto vicino ad un tipo che mi sembrava familiare e che tutte le signore di una certa età che passavano nel corridoio indicavano con emozione. A metà del volo il signore, forse stupito della mia indifferenza, mi chiedeva “ma ‘tu’ non mi hai riconosciuto?”. “Sono Albano”. La mia serafica resposta “ah, piacere, io sono Maurizio” deve averlo lasciato leggermente contrariato.

Nel caso di Misha però non potevo. “Здравствуйте, Buongiorno signor Gorbachev, mi scusi se la disturbo, ho letto molto su quello che lei ha fatto in Russia, per il suo paese e per il resto del mondo. Vorrei dirle che ho stima per lei“. Mi ha guardato, mi ha stretto la mano, mi ha detto “spasiba”, grazie. Si, coglionazzi, poi la mano me la sono lavata, ma solo dopo qualche giorno.

La foto di oggi non può non essere scattata in Russia: qui siamo (2008) nella metropolitana di Mosca, stazione di Pavaleskaya. Un bel “mosso” che vi da l’idea dei 22 milioni di passeggeri che quotidianamente si muovono con la “Московский метрополитен”.

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

3 Comment on “Una voglia sulla fronte

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