Regalo il cuore, affitto la mente, ma non vendo l’anima

Weekend sull’onda di un raffreddore epocale, ho sparso germi peggio di un untore manzoniano: finiti i kleenex, finiti i rotoli da cucina, finita la carta igienica, finite le vecchie copie del Corriere Della Sera, finiti gli scontrini delle carte di credito, a forza di soffiarmi il naso sembro Patch Adams, il medico sostenitore della teoria del riso come terapia.

Sabato mattina sono andato a Genova e tornato nel primo pomeriggio: a tutti i caselli della Serravalle le Giunte dei Comuni limitrofi agitavano striscioni di benvenuto e di ringraziamento per la cospicua donazione alle casse comunale grazie alle mie multe. Sono oltre trent’anni che percorro quella strada più volte al mese, ormai la faccio quasi ad occhi chiusi e mantengo sempre un’andatura che definirei “allegra” ma non pericolosa. Famosa una frase di Marco (“Bimbo”) che, dopo essersi lamentato un paio di volte per la velocità, alla mia domanda “Beh, adesso stiamo scendendo tranquilli, no?“, rispose “Vedo gente ai lati della pista che applaude“.

In vista delle elezioni Comunali di Domenica ho provveduto a fare un po’ di disinformazione nei confronti di mia madre: ho comunicata all’arzilla ottuagenaria che uno dei due candidati aveva intenzione di triplicare il costo degli abbonamenti ai trasporti pubblici per anziani, di interdire la vendita di cannoncini nella pasticceria Panarello e di vietare il parcheggio per le vetture di signore di una certa età. Moderatamente soddisfatto della sua irata risposta “Allora di certo voto per l’altro candidato“, sono in attesa di vedere che succederà nelle urne, sperando che si possa dire “Il cambiamento è finalmente iniziato, da Milano”.

C’è chi mi chiede come faccia a contemperare alcuni ideali politici, sociali ed etici con un quotidiano vissuto all’interno di una multinazionale che, pur avendo un Code of Business Ethics, ha come oggetto sociale il profitto e talvolta il mio ruolo mi porta anche talvolta ad essere l’ “Angelo Dell’Apocalisse“, quello cioè che fa i “fase-out”, “right-sizeing”, “redoundancies” .. tutte parole per evitare di dire “fired”, licenziamento. Faccio bene il mio lavoro, e lo faccio con una vagonata di umanità anche nella durezza. Regalo il mio cuore, affitto la mia mente, ma non mi vendo l’anima.

Domenica vegetativa in compagnia di un paio di aspirine e in attesa del volo che in serata mi porta prima a London e poi a Riyadh, dove atterrerò, felice come un tacchino il Giorno del Ringraziamento, Lunedì mattina alle 6. Ho dato un occhio alla mail e ho trovato un fantastico “warning” sulla situazione in Yemen, con il rischio che la turbolenza risalga anche la penisola arabica.

Lo Yemen, tessera del domino delle proteste che hanno investito tutto il mondo arabo, viene definito come l’unico paese con “ordinamento repubblicano” della zona. Il fatto che Ali Abdulla Saleh sia stato initerrottamente Presidente del North-Yemen dal 1978, poi Presidente dello Yemen riunificato dal 1990 e ri-eleletto nel 1999, che ci dice che è stato al potere ininterrottamente da 34 anni.

Nessuna preoccupazione democratica ragassss, anche in Kazakhstan è così. Entrambi i paesi sono lucidi esempi di democrazia partecipativa e di dialettica alternanza tra le parti. Ovvio, lungi da me il fare qualsiasi polemica di diritto internazionale e di autodeterminazione delle genti.

Sono stato in Yemen nel 2002, e gli episodi di banditismo con rapimenti e conseguenti riscatti erano già abbastanza frequenti nei confronti degli stranieri da un paio di decenni. Il controllo del territorio da parte delle autorità è veramente limitato solo alle città principali, anzi, direi solo ad alcuni quartieri delle città principali.

Non sottovalutiamo poi che una delle “guerre dimenticate” è quella che oppone truppe regolari Yemenite e militari dell’Arabia Saudita contro i “ribelli” nel nord del paese. Guerra dimenticata, ma vera, cazzo: fanno a cannonate. Lo sviluppo e il radicalismo di Al Qeida nella regione ha trasformato i banditi in terroristi: adesso fa più figo tagliarti la testa e postare la scena su YouTube piuttosto che chiedere un riscatto. Da alcuni anni evito di metterci piede, just in case.

Ho fatto invece, nel 2004, una bella traversata cazzuta del Rub’al Khail, il cosiddetto “Quadrato Vuoto“: il posto che, con i suoi 1,000km di lunghezza per 500km di larghezza, è uno dei più grandi deserti sabbiosi al mondo. La temperatura annua media è di 47°c, mentre durante i mesi di Luglio e Agosto si superano i 60°c. Piove con la stessa frequenza con la quale il nostro Presidente del Consiglio fa una battuta intelligente e appropriata al contesto. Come? “Mai”? Esatto, non piove mai.

Partito da Dubai col mitico Nello, rifugista e gestore di una baita in Val Monzoni nelle Dolomiti, uomo avvezzo alle peggio strapazzate in giro per il mondo, quattro giorni dopo (viaggiando circa 18-20 ore al giorno) siamo arrivati a Salhala, al confine tra il Sultanato dell’Oman e lo Yemen. Qualche leggera difficoltà, lo ammetto, c’è stata. Abbiamo perso la pista un paio di volte e ritrovata solo grazie ad un bel GPS (indispensabile, oltre ad un telefono satellitare) e il gap culturale che mi ha fatto sudare nelle mie capacità negoziali è stato quando il Nello ha chiesto polenta con gorgonzola ad un beduino nei pressi di Nyzw’a.

Entrati la sera a Salhala, la mitica città dell’incenso da dove la leggenda vuole siano partiti i Re Magi, nell’ultima notte del Ramadan, abbiamo trovato una città in festa. Intorno a mezzanotte ho scattato quella che tutt’ora ritengo una delle più belle foto che io abbia mai fatto.

se volete dare un occhio alle altre le trovate a questo link: http://www.vagnozzi.net/Pictures/P_Salalah/index.html

 

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