On The Road Again” cantavano i Canned Heat in una preistoria musicale: e io sono, strano a dirsi, nuovamente in giro. Un Airbus mi ho portato a London e poi un Boeing mi ha scarrozzato fino a Riyadh.

Bella pirlata“, osserva qualcuno, “voli a nord-ovest per poi scendere a sud-est“. Il motivo c’è: parto da Linate e quindi lascio casa 60 minuti prima del decollo, stessa cosa al ritorno, pochi minuti di taxi e sono a casa. Londra poi mi permette un’ampia scelta di destinazioni e di contingency plans, oltre ad avere a bordo “sleepers”, poltrone che diventano veri e propri letti dove io ci pianto delle buone dormite notturne. Ma poi, che ve ne frega? Mica ci dovete volare voi!

Riyadh. Certe cose son dure a cambiare. Continuo a dire che i suv neri usati per venirmi a prendere in alcuni aeroporti sono decisamente pacchiani e, soprattutto, nell’immaginario cinematografico son quelli che trasportano le persone che vengono poi fatte saltare in aria, normalmente proprio nel percorso dall’aeroporto verso la città, nel mezzo del deserto. Secondo voi ottengo qualcosa? Manco per i testicoli.

Stamani comunque ho rischiato di incazzarmi: davanti all’immancabile suv nero che mi aspettava, c’era un “tactical vehicle“, nomignolo fine per definire quei pickup sui quali vengono montate mitragliatrici o, in alternativa per quando il gioco si fa peso, i cannoncini anticarro. Vanno di moda di brutto in Medio Oriente, Africa, Nord del Pakistan e Afghanistan. Non sei un warlord serio se non ne hai almeno un paio che ti scortano mentre vai fuori a cena con la fidanza.

Ho chiesto al compassato autista, anche lui vestito di nero con occhiali scuri nel mezzo di un’umanità in vestaglia bianca si notava come fosse stato un bersaglio del tirassegno, se si fossero bevuti il cervello nell’aggiungere al VIP package anche quella minchiata con la mitragliatrice sopra. Fortunatamente si trattava di normali procedure delle forze di Sicurezza Saudite: devo dire arduo distinguerli da potenziali controparti.

Atterrato alle 6 di mattina locali, son passato in albergo per una doccia e per un cambio d’abito che mi rendesse più professionalmente credibile. Faccio sempre fatica a capire perchè se sono in giacca e cravatta la gente pensa io sia un serio executive, mentre in jeans, sneakers e maglietta con la scritta “In Red Peperoncino We Trust” mi si consideri un pirla. Faccio fatica a capire ma ormai non me lo chiedo più e mi adatto alle normative del business internazionale.

In Arabia è già cominciata l’estate e la temperatura minima durante le “fresche” ore notturne è intorno ai 35 gradi, di giorno siamo ormai intorno ai 48. È un piacere pascolare per i rari tratti senza l’aria condizionata a 18 gradi che qui adorano. Una delle controindicazioni meno evidenti è la regolazione della doccia: quasi impossibile avere acqua al di sotto dei 30 gradi e si rischia l’ustione.

Entro sotto lo spruzzo e urlo. Ho una natica che potrebbe essere servita sul carello dei bolliti. Unica cosa positiva è il riferimento: urlo, “Howl“. Sbrodolata pseudo-culturale in arrivo, occhio.

Nell’Ottobre del 1955, cinque sconosciuti poeti diedero una lettura pubblica a San Francisco. Il pezzo che entusiasmò e creò un vero e proprio caso letterario, anche per il successivo processo per oscenità cominciava cosí:

I saw the best minds of my generation destroyed by madness,
starving hysterical naked, dragging themselves through
the negro streets at dawn looking for an angry fix..

Era “Howl“, “Urlo”, scritto da Allan Ginzberg. Una tra le più belle cose che io abbia mai letto. Se non lo avete in biblioteca siete scomunicati. Potete redimervi solo andandolo a comprare oggi, nel pomeriggio, per poi passarci la notte sopra a leggerlo, ovviamente in inglese, ma anche il testo a fronte, curato dalla Fernanda, vale veramente.

Contestualizzatelo nell’America puritana degli anni 50 e comprendete quanta rivoluzione c’è nella parola (citatemi pure per questo, grazie).

Ho visto e sentito Ginzberg recitare nel 1976, al Macondo, locale “alternativo” dell’epoca, poi polemicamente additato come area di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, accompagnato dalla Fernanda Pivano.

Dico “visto e sentito”, perchè non era una semplice lettura ma un’esperienza nella quale Ginsberg offriva tutto se stesso. Recitò “Howl”, accompagnandosi con un organetto.

Non mi ricordo se ho respirato per quell’ora. Certamente ero emozionato. Tornando a casa mi sono riletto tutto il testo, rivedendomelo.

La foto di oggi? Certamente americana. New York, Marzo del 2007. A spasso per i 5 burroghs con Cami e Carlo …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

3 Comment on “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla follia

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