La giornata (di ieri) è passata con la classica partita a tennis meeting/call/meeting (vinto le call 6:4), percui essere stati a Riyadh o a Caleppio di Settala poco cambiava: è noto difatti che a Caleppio girano tutti in vestaglia e ciabatte, pregano 5 volte al giorno, coprono le donne e aborriscono il Lambrusco. Non parliamo poi degli allevamenti suini.

Altrettanto ameno l’aeroporto (sul quale mi son già soffermato per il suo impianto “minimalista“, cioè “non c’è proprio un cazzo di nulla, a momenti nemmeno dove sedersi“). Il 777 EK che mi ha rimbalzato a Dubai quasi alle 2 di mattina era carico della solita variopinta umanità che sollecitava l’olfatto nel modo più creativo.

Unica nota di costume voglio farvela sulle code. Non parlo delle appendici animali (vedi il post Meglio Evitare di Cagarsi sulla Coda che, su questo, fa un’attenta trattazione scientifica), ma del modo più o meno ordinato di attendere il proprio turno insieme ad altri.

In questa parte del mondo ci son 3 modi di fare la coda: alla pakistana, all’europea, e all’araba.

La coda alla pakistana (detta anche alla indiana o – meno usato – alla pilippina – pronunciato proprio così) è un lungo serpentone di individui con una distanza tra l’uno e l’altro equivalente a 1 amstrong. Ho fatto una coda alla pakistana l’estate scorsa quando ho rinnovato il mio visto di residenza negli Emirati ed è strano come la pesona che ti segue ti si attacchi alla schiena come una camicia sudata. Lo so che non è un esempio piacevole, ma reale, credetemi.

Qualsiasi ironia, tipo “Ma mi ami e sei così timido da non volerti dichiarare“, o minaccia “allontanati o ti salto con i miei 120kg sugli alluci“, non sortisce alcun effetto: non c’è malignità, si usa così. Punto e basta.

La coda alla europea o all’occidentale è fatta da expatried di varie nazionalità che si trovano in questi luoghi ameni per una vasta serie di motivi: denaro, salario, stipendio, soldi, taxfree. Esibiscono tenute da combattimento molto formali la mattina, “black tie required“, e un po’ più sbragata e insofferente la sera. Distanza regolamentare tra gli individui, solitamente determinata dal trolley che ci si trascina dietro e sul quale il tipo che ci segue regolarmente inciampa mentre è al telefono guardando in aria e cercando un segno di Dio nell’aria condizionata.

Ah, si, i telefoni, altra storia questa. Mentre le code alla pakistana sono teatro di telefonini Nokia in “fascia di accesso”, che normalmente risparmiano anche sulla tastiera in costruzione e hai solo i numeri pari o quelli dispari (cazzi tuoi chiamare se non sei nel giusto sotto-insieme), chi appartiene alle “code all’europea” sfoggia dai 4 ai 6 smart-phones, con preferenze sui Bberry, anche se iPhone segue bene a ruota. Perchè così tanti? Perchè qui tutti gli operatori dei vari paesi ci vanno a nozze con le tariffe di roaming e quasi tutti abbiamo un capo che, su una nota spese da oltre 10mila euro, ti chiede “che cosa sono quei 12 euro di telefono, sprecone“. Quindi una sim ciascuno per UAE, Saudi, Qatar, Kuwait, Bahrein, Oman, più il telefono della tua “home Country” più il telefono con la linea privata dove la mamma ti può raggiungere per comunicarti che le è arrivata la bolletta del cas di 6,04 euro ed è preoccupata per l’aumento vertiginoso.

La coda alla araba. Coda? Dunque, normalmente il locale arriva accompagnato da un poliziotto della sicurezza o immigration aeroportuale, cugino di secondo grado del fratello della terza moglie di suo padre. Si porta dietro anche qualche pezzo di famiglia e di servitù. Alterna una amena conversazione ad un frenetico messaggiare e parlare al telefono (Vertu, tempestato di diamanti e placcato in platino). Fende la coda alla pakistana che si apre dinnanzi a lui meglio che le acque del Mar Rosso davanti a Mosè che voleva andare in un villaggio turistico a Sharm ‘el Shaik: anzi i tipi trepidanti si accalcano ai lati, timorosi anche dell’abbaiare convulso del tipo della sicurezza che lo accompagna.

Fende poi, anche se in modo meno chiaro e signorile anche la coda alla occidentale, normalmente accompagnato da silenziosi “fuck” che si possono leggere negli occhi stanchi. Arriva al controllo di sicurezza e scampana come Notre Dame de Paris per annunciare che Sarko è cresciuto di 10 centimetri e finalmente vede Carla negli occhi. Ovviamente non succede nulla e si prosegue alla grande: poi chiedetevi perchè gli addetti alla sicurezza di Heatrow a London vi facciano un check così minuzioso e quando tentate di obiettare “Ma insomma, ignoranti, arrivo da un aeroporto e da un aereo, me l’avranno fatto, no, il controllo” vi guardino con compassione.

La pianto qui oggi, sono veramente di corsa. Un’immagine che ho scattato ieri col telefono: talvolta, anche senza portarsi dietro un’attrezzatura della madonna, qualche particolare si riesce a fotografare.

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

2 Comment on “Code, telefoni e diversità.

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