Aeroporto di Dubai. Aspetto nella lounge un volo che decolla alle due di mattina. Mi si siede davanti una signora “di mezza età“, definizione del cazzo visto che le aspettative di vita medie ti porterebbero a pensare ad una fiorente “ragazza” nei suoi primi quaranta. Direi che questa provabilmente ha saltato in fosbury l’asticella dei 55, e l’ha anche fatta tremare mica da ridere.

Si è fatta dare qualche sforbiciata di bisturi per contrastare i segni del tempo che passa. Il risultato è tra il criminale e il grottesco. La pelle della fronte sembra quella di un’anitra laccata esposta da China-e-China a London (mitico ristorante, con una ventina di pounds si mangia da dio). La pelle di tutto il viso è tirata dietro le orecchie, dove mi aspettavo di vedere i punti di una graffettatrice da cancelleria. Le labbra a canotto creano un effetto “becco d’anatra” che mi ricorda il Donald Duck (Paperino disneyano) dei primi cartoons.

Completano l’opera due tette a “ciotola del latte” che vincono le leggi della gravitazione universale e della dinamica: sono immobili e ritte qualsiasi cosa succeda. Secondo me ha fatto impiantare dei gps nei capezzoli per mantenerli cosí stabili, una roba tipo quella che le piattaforme di perforazione usano in mare per garantire il posizionamento.

L’abbigliamento è quello di una ventenne fashon victim, mentre il corpo suggerirebbe una maggior moderazione nell’esporre le forme. Si, lo so, io mica giro con tartaruga e muscoli, ma almeno non mi metto una robetta leopardata di Cavalli che creerebbe problemi anche a tipe come la Shiffer o Naomi. Il suo compagno di viaggio le tiene testa, sembra sceso da uno yacht a Montecarlo negli anni 50: blazer, camicia bianca di lino, mocassino senza calze, 140 kili con una propensione a bere birra, un riporto di moquette a nascondere la calvizia. Quando si dice “fatti uno per l’altro”.

La sciura mi guarda come si potrebbe osservare un celenterato in salsa cocktail: incrociando lo sguardo noto che ogni volta che abbassa le palpebre si muovono leggermente le orecchie, forse per effetto di un tiraggio di pelle un po’ esagerato. Vengo colto da irrefrenabile ilarità e dopo un paio di minuti esco dalla lounge per non scoppiarle a ridere in faccia e rischiare la rissa con lo yachtman.

Mi parcheggio vicino ad un gate che sta imbarcando un volo dell’AirIndia.

La prima volta che sono stato in India per lavoro deve essere stato il 1998: 4 giorni di meeting a Mumbai con JC, buon amico con cui abbiamo condiviso qualche anno di esperienze. Sembravamo Stanlio e Olio: 160cm per 55 kili scarsi lui, 120 abbondanti e oltre un metro e ottanta io.

Avevo qulche ricordo di Calcutta, visitata nel ’79 e atterrando non mi aspettavo comunque grandi cambiamenti. L’India è difficile da spiegare a chi non c’è mai stato. Direi che non ci sono mezze misure: c’è chi ne rimane affascinato dalla sua complessità, dalla sua molteplice umanità, le sue contraddizioni economiche accando ad una spiritualità immanente (e, per una volta, sono serio e non mi riferisco ai templi sul cruscotto dei taxi). C’è invece chi vive con sofferenza igiene, odori e tutto ciò che un miliardo di persone possono generare, vivendo accalcate in un clima umidiccio. Fuori di metafora: quando cagano, sono un miliardo di persone che ci danno dentro. Qualcosa nell’aria si percepisce.

Io faccio parte della prima categoria: sono anche tra i pochi casi studiati dalla scienza di occidentali che riescono ad ingrassare in india per la gioia con la quale mi adopero nell’assaggio delle sue infinite cucine.

Ero atterrato in compagnia del monsone e solo chi ha provato capisce cosa voglia dire. Volo da quando avevo pochi mesi e sono abituato alle turbolenze, ma in quel momento ho pensato a come comprare un biglietto del treno per tornare.

Sono uscito dall’aeroporto fendendo a sberle la folla che stazionava fuori e che ti offre servizi di portabagagli, autista, guida. JC mi stava attaccato alla cintura e sfruttava la scia che aprivo. Raggiunta la macchina dell’hotel Oberoi, mi son reso conto che il concetto locale di “limousine” mal si adattava alla mia stazza.

La mattina successiva stava ancora piovendo. “Piovere” è un eufemismo, è come stare sotto un idrante. Mi ricordo la genuina ingenuitá di mio padre che mi aveva chiesto “ma quando smette”: “dopo tre mesi, è il monsone” la mia laconica risposta. JC nello zampettare da albergo ad ufficio aveva perso il telefono in una pozzanghera e l’ho guardato con compassione quando, con pantaloni arrotolati ad esporre il francesissimo pedalino corto, frugava nella melma.

L’ascensore non aveva le porte interne e nella salita bisognava evitare di appoggiarsi. Lo stridere delle funi mi ha fatto recuperare un’opportunistica fede e cercare le scale appena arrivato al piano. Trovate le scale ho capito che venivano usate come estensione naturale dell’imondizzaio planetario e ho continuato ad usare l’ascensore.

Come ho scritto sopra, adoro cucina indiana: la terza sera consecutiva che mangiavo nello stesso ristorante sono stato accolto tra gli applausi dell’intera brigata di cucina e dei camerieri. Lo chef in persona era venuto ad illustrarmi il percorso gastronomico della serata, inclusi i vari pani freschi cotti al momento per meglio accompagnare le pietanze. Un’euforia dell’adipe alla quale JC si era sottratto da subito, timoroso che il cibo locale creasse devastazioni al suo stomaco abituato rigidamente alla cucina francese.

Il mio entusiasmo gastronomico quella sera però lo coinvolse. Mi sembra di capire mi avesse usato come cavia nei primi giorni a Mumbai, e, vedendo che non passavo ore in preda a dissenteria fulminante, si lasciô andare e mal gliene incolse.

Lasciò il cesso dell’aereo che ci portava a Londra e poi a San Francisco solo per il decollo, per poi rientrarci precipitosamente. Sopra la Groenlandia il livello di disidratazione lo portò a tremare vistosamente: l’equipaggio chiese la presenza di medici a bordo e si presentarono due ginecologi. Mentre io ero piegato in due dal ridere fino alle lacrime, i medici certificarono che non era incinto, ma suggerirono comunque un’ecografia di controllo. All’atterraggio mi chiese di cambiar lavoro.

Immagine di oggi è il posto dove ho passato la “notte”. Un 747 BA. Ci si dorme da dio, credetemi.

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

2 Comment on “Dal silicone all’India

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