Si, sono in ritardo stamani sulla pubblicazione: lasciatemi confessare che è dovuto ad un macroscopico errore di sopravalutazione delle mie capacità.

Ieri sera cena a casa di Paolo. Fermi tutti, la parola “cena” non deve trarvi in inganno. Lui l’ha definita “uno spuntino tanto per stare tutti assieme e fare quattro risate“, ma negli annali della culinaria è stato un “pantagruelico trionfo di sapori, gusti e tentazioni, innaffiato da una immortale serie di ottime bottiglie” e, credetemi, sto minimizzando.

In ordine sparso cito un salame toscano per il quale hanno nutrito il maiale solo con cibo comprato da Fortnum and Mason a London (la drogheria della vera nobiltà, ci ho sciolto una carta di credito quando ci son passato con Cami e una sua amica e abbiamo fatto i grandi con 12 ostriche, salmone selvaggio e creme brulè), una mortadella della stessa origine, delle mozzarelle di bufala munte 17 minuti prima e dei carciofi che potevano rappresentare una delle prove dell’esistenza di Dio per San Tommaso D’Acquino. Una focaccia appena sfornata è stata vaporizzata nella voracità di 8 secondi netti. Siamo solo all’antipasto: pulitevi quella fastidiosa bava che vi scende da un lato della bocca.

Per spezzare sono arrivate delle minipenne al pomodoro e ricotta fresca. Mi sono fermato alla quarta porzione.

Prima di avventurarmi nella lista dei secondi, lasciatemi, per dovere di cronaca, dire che i vini ci hanno guidato da un Prosecco ad uno Chardonnays per atterrare su un Cabernet Sauvignon. La Mariagrazia ha fatto invece un atterraggio di fortuna dopo lo scalo sullo Chardonnays e l’abbiamo abbandonata in terrazza che descriveva proprietà botaniche e pregi delle sedie a sdraio. “Condivido i pregi della cultura psichedelica nella dinamica della tradizione enologica” ci ha detto prima di  ballare sulle punte un Lago Dei Cigni in versone rave-party.

Sui secondi ho pochi ricordi: la quattordicesima cotoletta alla milanese che ho gustato si accompagnava ad una parmigiana di melanzane che sembrava preparata in consesso architettonico  tra Renzo Piano, Frank Gehry e Norman Foster. Dei bocconcini al limone con una ratatuie e un riso profumato allo zafferano e uvetta concludevano quello che Paolo lamentava fosse una tavola adatta a una trattoriaccia, mentre tutti gi assegnavamo le tre stelle Michelin.

Ho ricordi del dolce per averlo trovato in abbondanza stamani sulla mia camicia: semifreddo al croccante e una torta di mele. Non aggiungo altro. Sono rotolato in auto russando tutta la notte come un ornitorinco con la sinusite.

Ho vaghe traccie del sonno intercorso fino al drammatico risveglio nel rendermi conto che avevo prenotato una lezione con un nuovo personal trainer per usare quei cazzo di pesi con le maniglie attaccate: dovrebbero farmi consumare più energie e buttare giù qualche kilo, anche se, dopo la cena che vi ho descritto la roba sembrava un po’ il bacio di Giuda.

Chiunque avrebbe serenamente rinunciato. Io no, pirla che non sono altro. 64 minuti di sofferenza, tormento e imprecazioni.

Ho terminato l’allenamento in una condizione muscolare tale che per lavarmi ho dovuto lanciare il bagnoschiuma contro la parete della doccia e poi schiantarmici contro: non alzo più le braccia. Se ho le scarpe slacciate, non chiedetemi il perché, datevi delle risposte. Penso di andare in giro con i mocassini per tre giorni, di piegarmi e allacciare le stringhe non se ne parla manco con una pistola alla nuca.

Mente sana in corpore sano una beata minchia.

Sotto un’immagine scattata a Hobart in Tasmania in Marzo: barattoli, ingredienti e spezie del ristorante Tas-Sal. Il loro salmone è una droga.


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

One Comment on “Errori: mai sopravalutarsi

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