Diciamolo, sono avvezzoa tutte le cucine e mangio bene ovunque, ma, dopo 5 giorni consecutivi di cucina hurdu-koreana mi son arreso. Son quasi un paio di settimane che sono in giro e prevedo di rimanenre ancora a spasso per altri 10 giorni almeno: qui si impone una spaghettata.

Ciapo su’ e chiedo un incontro con lo chef: un Russo, nato in Azerbaijan, con moglie Colombiana e un’allegra brigata di cucina assortita tra il maldiviano, il sri-lankese e l’indiano. “Man, I need to cook pasta and you have to help me“.

Già mi ero guadagnato in mattinata la fama di tipo pericoloso, guidando sul molo la coppia di Japs e 2 Korean verso una semplice apnea, facendogli intonare, stile gruppo di marines al trotto:

Apelle, figlio di Apollo – Fece una Palla Di Pelle Di Pollo – Tutti I pesci vennero a galla – per vedere la Palla di Pelle Di Pollo – Fatta da Apelle, figlio di Apollo – YES SIR!

Pericoloso contraddirmi: trascino le masse (totale presenza sull’isola = 11 persone, me compreso) peggio di Lenin e sono più temibile di Pol-Pot!

Alle 19:30 avevo l’intera brigata di cucina schierata e lo chef in persona ha voluto l’onore di allacciarmi il grembiule. Avevo dato già istruzioni sugli ingredienti: “You, bagaj barlafus, go and get some very fresh sea-food” : mescolare un po’ di dialetto milanese crea maggiore ascendenza in questa remota regiore equatoriale. “Hey mate! Did you make the pummarola as I recommended?” “YES SIR!“. Adoro ‘sto posto, quando torno in ufficio importerò da qui alcune regole comportamentali, incluso la “bare feet policy“.

L’acqua bolle, il rito inizia: lancio una generosa porzione di spaghetti Barilla (unico prodotto disponibile in un raggio di 7,400km) e controllo la cottura come uno stregone con i suoi apprendisti impettiti al fianco. Troppo bello avere a disposizione una cucina di generose, professionali, dimensioni.

La padella è leggermente unta d’olio (extravergine, dicono, ho dubbi ma qui la fame è tanta): aggiungo del peperoncino tenuto in una teca d’oro dal commis indiano e lancio la coppa di pesci, mollusci e crostacei che solo 20 minuti prima nuotavano ignari nel reef. Comincio un primo rito del “salto” in padella e i Jap che mi hanno adottato (Big Sumo Bear) si lasciano andare ad espressioni espettoranti di giubilo.

Lascio che la pummarola, perfettamente preparata, si asciughi leggermente, scolo la pasta al dente, la lancio in padella e comincio un’operazione di salto dello spaghetto che sarebbe valso la menzione d’onore nella Guida Michelin!

Ci siamo: gli spaghetti hanno assorbito i sapori e rimane ancora una giusta quantità di sugo per mantere esaltante l’esperienza delle papille gustative. Ultima fiammata e impiatto.

Oooooommmmmmmm ….. Om mani padme ummmmmm: lo spaghetto allo scoglio è religione.

Unica mancanza: un enorme pane pugliese per fare una scarpetta storica. Mi son dovuto accontentare di pandamia bread, ma ho pulito la fondina che luccicava come i freni in ceramica delle auto di formula uno. Fantastici, trust me!

La foto di oggi? Troppo impegnato a cucinare e poi a mangiare per immortalare la spaghettata: beccatevi quindi questa “infinity pool” scattata stamani.

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

7 Comment on “Un buon piatto di spaghetti all’Equatore

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