Taluni sostengono che io abbia un accento italiano quando parlo in altre lingue, ma poi aggiungono che non si tratta di un accento nella pronuncia, ma nei contenuti, sostenendo che pare anche sia “siciliano“: parlo come Don Vito Coleone nel “Padrino” (1972, Francis Ford Coppola), accuratamente doppiato anche in Spagnolo, Francese, Russo e Arabo.

Penso sia una generosa presa in giro, ma ammetto che spesso formulo “proposte che non si possono rifiutare“.

La riflessione sull’uso del linguaggio è argomento ricorrente nelle mie farneticazioni quotidiane che affido a questo blog, ma il percorso in auto di oggi Dubai-AbuDhabi-Dubai mi offre un tuffo carpiato nel passato universitario. Penso che le prossime 500 parole siano per voi di noia mortale, ma, si sà, l’indipendenza della creatività dell’artista rispetto al gradimento di mercato ….

Per quanto riguarda il percorso che sto guidando, vi rimando ai post Sheik Zayed parte 1 e parte 2.

Prima di lanciarmi in questo post filosofico, vi aggiorno sul fatto che, dopo aver protestato per gli ultimi 12 anni con la stessa società di autonoleggio che uso a Dubai, ieri mi hanno annunciato tionfalmente “this time we have upgraded you“. Mi aspettavo da un’Audi in su, fino a sognare un Carrera s4.

Il loro concetto di “upgrade” è la stessa identica classe di macchina ciofeca, ma con posticci inserti in radica sintetica in abbondanza truzza e tamarra all’interno dell’abitacolo. Mi sembra di guidare uno scassato chalet di montagna. Bestemmie.

Torniamo sul seminato: linguaggio e omertà (le tematiche del Padrino), mi hanno fatto ricordare uno degli aforismi più belli e significativi che io abbia mai letto, “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere“, di Ludwig Wittgenstein, uno dei più grandi filosofi/logici che si possano annoverare nella storia.

Il Ludwig, vissuto nella prima parte del ‘900, ha scritto un solo libro di una settantina di pagine, il Tractatus Logicus-Filosoficus, all’età di 21 anni mentre, nel 1918, durante la I Guerra Mondiale, era al fronte. Il libro è organizzato con la “struttura di Gottlb Frege” (altro filosofo della matematica), sviluppando numerazione strutturale di capitoli e tematiche (quello che oggi pensiamo sia una “numerazione legale”), generando una sorta di spettacolare “albero della logica“.

Le 7 tematiche principali sono:

  1. Il mondo è tutto ciò che accade.
  2. Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
  3. L’immagine logica dei fatti è il pensiero.
  4. Il pensiero è la proposizione munita di senso.
  5. La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari.
  6. La forma generale della funzione di verità è: [\bar p,\bar\xi, N(\bar\xi)]. Questa è la forma generale della proposizione.
  7. Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere.

Non vi affliggo con un dettaglio delle tematiche: vi dico che è un’opera stupenda, spettacolare e vi suggerisco di leggerla, anche se capisco le difficoltà di comprensione che può generare.

Facendo qualche ricerca ho trovato una fantastica rappresentazione dell’albero che poi lo sviluppo del pensiero di Wittgenstein genera: date un’occhiata a questo link per qualche informazione in più, ben realizzata da Luciano Bazzocchi.

Immagine di oggi? il mio faccione metre sono a bordo di un aeroplanino nel sud della Maldive. “Sei più grosso del sedile”, si, lo so. “Sei più alto di mezzo metro di tutti gli altri passeggeri”, si, lo so. “Ma non sei dimagrito manco un grammo”, ma i cazzacci vostri mai, eh?


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere

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