Riparto, ho una bella settimana nella quale posiziono il mio fondoschiena in 8 differenti velivoli e in 6 differenti stati in 2 continenti. Dovrei gioarmi al lotto 7, 8, 62 e 118. Lo so che al massimo i numeri estratti arrivano a 90, ma il peso che ho raggiunto vale la pena comunque di tentarlo sulla ruota del cotecchino.

Proprio il cotecchino peró qui merita una citazione: sono stato adottato dal Signor Piero, mitico pensionato che frequenta la mia stessa palestra e mi offre, oltre che perle di saggezza quali “se tutti i pirla volassero, il cielo sarebbe sempre coperto“, una cultura operistica ed enogastronomica senza eguali.

Colto da commiserazione per il mio impegno a dimagrire, il Piero mi ha accolto nell’empireo dei giusti e mi ha regalato il “suocotecchinot: non è una battutaccia a sfono sessuale, ma il cotecchino che si fa confezionare personalmente da una salumeria di cremona che vanta una tradizione quasi centenaria nell’arte dell’insaccato.

Mi sono preparato con metodo all’evento dell’assaggio: ho schiavizzato il Benedetto per farci una pedalata di 50 kilometri fino a Monza e ritorno, bruciando quasi 1.300kcal, ho sbullonato la macchina ellittica in palestra per sudare come un bue muschiato in sauda per oltre un’ora. Mi sono privato della sacra brioche mattutina per 4 giorni di filata.

Ho quindi aperto la sacra reliquia e, seguendo le istruzioni come se fosse la lettura della Thoraah, ho fatto cuocere per tre ore l’agognato bene. Non sono un appassionato di insaccati cotti e, da quando ho passato così tanto tempo a contatto con i paesi Arabi, non riesco a tollerare moltissimo la carne suina, ma i racconti favoleggianti che si sentivano in palestra mi avevano creato delle alte aspettative.

Divino. Celestiale. Un orgasmo palatiale. Ho aggiunto una bottiglia di Ca’ del Bosco e un piatto di lenticchie. Un mito.

Mi chiamano il volo: vi offro un immagine scattata qualche settimana fa’ a Barcellona, dentro la Pedrera ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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