La sveglia alle 6:30am locali (23:30 del giorno prima in Italia) mi coglie un filo impreparato, ma è uscendo dalla doccia che la sorpresa di non avere alcun asciugamano si concretizza in un completo risveglio e in un’articolata imprecazione nella quale ho raccomandato anche Gengis Kaan con dovizia.

Breakfast da minatore: un french-toast del peso specifico dell’uranio, 2 uova fritte, una fetta ti pane con sopra una cazzuolata di peanut-butter (abbandonato) e 3 salsiccie di montone fritte (rifiutate). Uscendo dalla mensa il mio fegato si è appellato alla corte dell’Aja. Alle 8 ho cominciato l’educational assessment (“giro guidato“, ma fa più fine dirlo così ed è anche fatturabile) che mi ha portato per le 10 ore successive a scorazzare per la miniera.

Con l’unica esperienza negativa dell’essermi impolverato anche le tonsille, la visita al sito (entrerà in produzione entro i prossimi mesi) è stata una sorpresa: procedure di sicurezza anti-infortunistica all’avanguardia e seguiti in modo religiosamente talebano, gente tosta ma intelligente e disponibile (un sacco di australiani, canadesi e southafricani), un disegno industriale che (per quanto possibile) rispetta il territorio e una gestione accuratissima del dumping.

Si lavora anche con temperature che scendono sotto i -50° e ci si ferma solo per le dust-storm, quando manco la finzione holliwoodiana riesce a rendere il contesto climatico estremo che si scatena da queste parti: non si vede ad un metro e tutte le strutture di comunicazione saltano completamente.

Stasera botta di vita: nel campo, oltre alla mensa, c’è una “pizzeria“.

Si fa presto a dire “pizzeria“, diciamo che è un l’unico posto che sforna pizze nell’intero deserto dei Gobi, quindi la scelta è una tantino obbligata. Si potrebbe ironizzare dicendo che è il primo ristorante raccomandato su Tripadvisor per OT, essendo anche l’unico in assoluto.

Comunque, lasciamo cadere l’ironia che su quasi 5,000 persone (numero di lavoratori nel campo) fossimo in meno di 10 a cenare, e, di questi, 6 fossero il team della azienda che mi passa il viatico e mi manda in questi posti ameni,  devo sicuramente premiare l’iniziativa e un filino meno la comprensione dell’inglese.

Ho ordinato 2 XX-large pizzas (nutrono in abbondanza 6 persone): una vegetariana e una margherita con olive. Sono arrivate due pizze, ma qui ci siamo fermati nella corrispondenza con l’ordine fatto. Dopo una accurata discussione con i commensali, abbiamo accertato che la prima aveva zucchine, spinaci, mais, cipolle, montone, pollo e peperoni (che sia stata la vegetariana?), la seconda bacon sbriciolato, olive verdi, nere e arancioni, panna acida, frutta secca, salsiccia, tonno e rape con traccie di feta.

La foto di oggi? I kilometri di nastro per il trasporto del coal nel mezzo del deserto …..


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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