Lascio il Gobi Desert con il volo della mattina per rientrare nella fresca e ridente Ulan Bator dove il forecast di oggi è inclemente: massima -26°c, minima -38°c: tanto per darvi un’idea si percepisce una sensazione di calore quando si compra un cono di gelato e ce lo si spalma in faccia.

Ma è una sensazione passeggere. Vi si crostifica addosso peggio delle abrasioni sulle ginocchia quando da piccoli si cadeva in bicicletta.

Pomeriggio consacrato al fancazzismo e quindi mi viene la brillante idea di proporre un giro turistico (a piedi) per la città, dove ammirare lo stile stalinista neoclassico (colonne ioniche, falci e martello in fregi dorati e look austero malgrado concessioni a forti colori pastello) di molti dei palazzi del centro “storico” (compie adesso i 100 anni e, quando nel 1924 arrivarono i russi fecero tabula rasa di tutti i monasteri buddisti presenti).

Chiaro che l’allegra brigata dei miei due compagni di viaggio abbiano rifiutato compostamente “Mau, are you on drugs or what? You IDIOT!  It’s fucking cold outside and even inside is bloody freezing” (traduzione per i non anglofoni “Mau, eccellente idea ma viviamo con un certo imbarazzo la fresca temperatura esterna, e anche quella delle camere non è tale da porci problemi di sudorazione eccessiva“). Vado da solo.

C’è un filino di fissazione per Chenchis (Gengis) Kaan: statue a cavallo, statue da seduto, statue da grasso, statue mentre usa un blackberry (lo so, tecnologia antiquata, ma parliamo di secoli addietro). Arrivo sulla piazza del Palazzo del Governo e mi casca l’orecchio destro, completamente congelato. Giro verso Peace Avenue e passo dinnanzi ad alcune Ambasciate fino a quella Russa, monumentale, guarda caso.

Davanti ai vecchi Magazzini Statali (del 1929, la foto la metto nel libro che tra qualche settimana tento di dare in stampa) e giro vero una piacevole area pedonale lastricata con un cazzutissimo strato di ghiaccio di merda. Scivolo. Bestemmio. Mi aggrappo a quello che penso sia un muretto che qualche pirla ha lasciato in mezzo al marciapiede e trovo i Beatles che mi salutano (vedi foto sotto): curiosa realizzazione artistica e cogliete l’ironia e il cane che dorme.

Le avvisaglie di ipotermia diventano ridenti campanelli d’allarme: mi rintano nell’albergo brezneviano con lampadari di Vladivostock e corpi illuminanti che distribuiscono dispersioni elettriche (scosse) anche quando son seduto sul cesso (sedia elettrica mongola?).

La cena di stasera ve la racconto un’altra volta perchè sto cercando su google translator come si dice “citrosodina” in mongolo.

Beatkes in UB


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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