Mi avete lasciato diverse settimane fà al rientro dal paese di Gengis Kaahn e mi ritrovate che sto giocando con i castelli di sabbia nell’Emirato di Dubai. Lo so, avrò scritto almeno venti volte che sarebbe stato il mio ultimo viaggio nel paese delle consonanti ma poi mi ci ritrovavo ancora: stavolta è diverso.

Sono qui per cancellare il mio work permit, residency visa e per mondare i documenti ufficiali dalle mie firme, POA, deleghe, cariche e affini e liberare la mia responsabilità da qualsivoglia situazione possa accadere in queste lande.Dopo ormai 13 anni eè qualcosa in cui non speravo: roll-off completo! Che roba, potro tornare (avendone mai la voglia) da semplice turista!

Stamani ero seduto sulla tazza del cesso. Si, ammetto che, pur nell’estasi catartica (che non c’entra col catarro, pirla) e nella missione maieutica di questo blog, forse il confidare le mie funzioni biologiche valica la sfera del personale entrando nella categoria del “trash-it” (e fini inglesisti apprezzino il sottile gioco di parole), ma lasciatemi giungere al punto.

Ero seduto e stavo rendendo non l’anima a un dio, ma un prodotto di scarto semilavorato alla natura e, nel concerto (inteso come “momento” non come “sonorità articolata polistrumentale”) dello svolgimento, mi suona il telefono con il mio numero locale.

Resisto alla tentazione di saltellare a prenderlo e attendo che termini il suo ciclo di 12 squilli prima di tacitarsi e lasciarmi concentrare su quello che ero in procinto di fare.

Con preoccupante tempismo, circa 8 secondi dopo, suonano alla porta della mia camera, scandendo “h-o-u-s-e-k-e-e-p-i-n-g“. Urlo dal cesso (insonorizzato, cazzo) “Can you please go and do some crosswords or sudoku, and get back later?“. Errore: l’ironia ha precisi confini geografici. India, Philippines e Sri Lanka hanno popolazioni che non sono cresciute con la Settimana Enigmnistica. Il tipo entra e vede il mio cranio pelato spuntare dal cesso: “I’m in a very personal project, do you mind giving me some more time, mate?“.

Ricomincio a fare quello che stavo facendo e suona il cellulare italiano. Mi appello a San Cellulare Martire per non esplodere in una sequela di bestemmie: saltello a raccattarlo, l’altra notte c’è stato un golpe in Mali e questo alimenta la leggenda che io faccia un lavoro differente, visto che avvo in programma di andare in Guinea (che confina appunto col Mali).

Rispondo ad un infervorato collega Koreano che mi chiede se ha bisogno della mia approvazione per andare a lavorare in Mozmbique: evito di rispondergli che io avrei bisogno della sua per cagare, anche lí il sense of humor è basato su una salsa all’aglio. Gli dico che posso verificare le condizioni e richiamarlo: mi risponde che è urgente. La mia frase “Mate, you have no clue of what I was doing when you called, but, trust me, that is my top priority for the next few minutes” lo lascia interdetto, pensando che stessi forse compilando il mio time&expenses.

Mi siedo in preda ad una reale ansia da prestazione. Ho attivato il “non disturbare” alla porta. Ho raccattato 2 telefoni e un ipad. Riesco finalmente a raggiungere, con serenità liberatoria, il mio agognato obiettivo.

Forse non ho scritto per qualche settimana perché non ne avevo voglia, forse perché non avevo nulla da dire. Forse perché è bello prendersi delle pause. Forse per ansia da prestazione letteraria. Comunque, non ero seduto sul cesso per 3 settimane. Tranquilli.

L’immagine di oggi? Il mio salmon sashimi di ieri sera, innaffiato da Asahi Beer …

Ad majora et cartae igienicae!


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

2 Comment on “L’ansia da prestazione

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