Penultimo giorno della settimana londinese. L’albergo dove alloggio ha solo pregi e un piccolo innegabile difetto: l’orientamento spazio-temporale tridimensionale.

Costruito sulla base di uno storico ospedale, i padiglioni sono stati uniti e collegati con un mix di classicismo inglese, design minimalista e gusto per l’hi-tech. Il tutto risulta piacevole, efficiente e “cool“. Solo che bisogna ricordarsi fossero 3 diversi palazzi e i percorsi talvolta sono un po’ creativi.

Dallo sbarco ascensore, caratterizzato da una balconata circolare che “buca” tutti i piani con un effetto Guggheneim di New York,  devo girare a destra, percorrere circa 80 metri, poi a destra ancora per 60 mentri e ancora a destra per 120 metri. Per chi non va manco al cesso di casa senza il gps, immaginatevi di percorrere una “U” con un lato più lungo.

Visto che pretendo di essere uno che ha inghiottito bussola e gps da piccolo e riesco ad orientarmi a Mumbai, Lagos, nei sobborghi di Moscow e nella metropolitana di Beijing, vedo un altro corridoio, a sinistra della porta della mia camera: banale, mi dico, che mi faccia chiudere la “U” in un quadrato e, sicuramente risparmio svariate decine di metri.

Ovvio che sia entrato in un’altro palazzo, e, altrettanto ovvio che non fosse collegato con quello nel quale era la mia camera. Ma a questo punto non mi do per vinto, scendo a piedi tutti i piani, esco in strada, rientro del ristorante, risalgo i 4 piani di scale monumentali, entro nel terzo palazzo che compone il complesso, riattraverso 2 corridoi a “L” di 100 metri cisacuno ed eccomi, fresco, riposato e disorientato, nuovamente dinnanzi alla mia camera, non prima di essermi doverosamente fermato per un breakfast imperiale.

Paradosso spazio-temporale, lo so. Foto di oggi (con iphone): la scala in salita e in discesa ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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