Birra con Luca C. a London: ci conosciamo dai primi del 2000, quando entrambi eravamo a far danni nei deserti della Penisola Arabica, poi io mi son trasferito a Mosca per un paio d’anni mentre lui ha cominciato a lavorare in UK e adesso vive ad Aberdeen, in Scotia.

Ci si incontra meno di quanto vorremmo, e, in passato, quando ci si vedeva io gli intasavo il lavandino tirando sù il meglio di me dopo un paio di giri di drinks: ci uniscono passione per le moto, passione per la fotografia e altre forti passioni che non è il caso di mettere in piazza nel blog.

Ci siamo visti in un gran bel Pub per una birretta e lui mi ha stupito ordinando un Cider, dicendo “devo starci attento, continuo a mettere su peso” e, giuro, non era ironico. Abbiamo chiacchierato della situazione italiana e lui ha proposto la campagna “adotta un Kalashnikov” per risolvere definitivamente le recenti inopportune “ri-discese in campo“: ho promesso solennemente di citarlo sul blog!

Poi ci siamo salutati, abbracciati, abbiamo rinnovato l’impegno di un weekend fotografico dalle sue parti (una volta saremmo andati per distillerie e per tuberi locali, ma, ahimè, il tempo passa per tutti): lui aveva un serioso X-Mas party black-tie, io un aperitivo con una collega che continua a farmi interessare della Mongolia.

Come due coglioni ci siamo ri-incontrati mezz’ora dopo, visto che la persona che dovevamo incontrare era la stessa! Non ci si becca per mesi e poi il caso nella stessa sera ti provoca: abbiamo risposto alla provocazione con un paio di calici di frizzantino che meritavano veramente!

Va beh, abbandoniamo queste situazioni che quasi mi fan sentire pensionato per una fedele cronaca su due minchiate di oggi: mentre ero in coda per il check-in (oggi mi hanno cancellato 3 voli nello stesso giorno, record mondiale), un italiofono si è rivolto ad in anglofono che si era appena spostato dalla coda e, con sincera verve inglese, pensava di riacquistare esattamente il suo posto.

Who goes away to the bar, loses his place“. Adesso, senza sottiglizzare che sarebbe stato meglio usare “seat” al posto di “place“, la traduzione maccheronica di “chi va via perde il posto all’osteria” merita il Pulizer Asilo Mariuccia. Ovvio che lo stesso individuo si è fatto poi tutto il 320 con trolley e zaino, urtando caviglie e teste di chi era seduto. Con commiserazione, incrociando lo sguardo degli altri passeggeri, ho concordato “he is a damned ass-hole, you can’t say anything else” (“è un gran pirla, è chiaro“).

Secondo spunto di riflessione: trovo nella inbox la mail “find how much obesity is costing to your company“, la promozione di uno studio comparativo di una società californiana. Ho fatto un appunto mentale di defecare sulle loro scrivanie al primo giro che sono a San Francisco.

Foto “di oggi” quelle che ho scattato con Luca a London, ormai oltre 5 anni fa ….


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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